di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL
Oggi, su La Stampa, l’analisi del Premio Nobel per l’Economia Michael Spence, offre spunti interessanti per una riflessione che l’Europa non può più rimandare. L’attenzione in questi giorni è chiaramente concentrata sugli effetti delle nuove tariffe americane, ma la vera questione – come giustamente evidenziato da Spence – è strutturale, e riguarda la necessità per l’Unione Europea di rafforzare la propria autonomia economica, tecnologica ed energetica, ma anche di valorizzare la domanda interna, rilanciando, quindi, si potrebbe aggiungere, il proprio modello sociale, fondato sulla coesione e sul lavoro. Come afferma l’economista, la tariffa del 15% «non è ideale, ma non è fatale». Al di là delle considerazioni sull’operato della Commissione, trattare ulteriormente, per ridimensionare gli impatti negativi dei dazi sul sistema produttivo e occupazionale europeo, è ancora possibile e, comunque, gli effetti su alcuni settori, automotive ed agroalimentare, per il Nobel sono ancora gestibili «in un contesto globale in cui l’economia americana rappresenta solo il 25% del PIL mondiale e in cui le economie emergenti rappresentano oltre la metà dell’economia globale». Insomma, l’Europa ha la possibilità e il dovere di riaffermare una propria traiettoria autonoma, che non sia subalterna né agli Stati Uniti né alla Cina. Forse, poi, questa crisi sarà anche un’opportunità per costruire una strategia di lungo periodo che consenta all’Europa di «raggiungere l’indipendenza tecnologica entro la fine del decennio», come auspicato da Spence, e di rafforzare l’integrazione del proprio mercato interno, soprattutto nei servizi, dove ancora molto resta da fare. Oggi più che mai, è evidente che l’Europa deve ripensare il proprio modello di sviluppo, sul piano industriale, rivedendo profondamente il Green Deal, cercando di colmare il gap sui semiconduttori e più in generale il gap digitale, portando avanti le politiche energetiche avviate dopo la guerra in Ucraina. Le parole di Spence sulle dimensioni del mercato interno sono eloquenti, e se «una maggiore integrazione nell’Ue porterebbe vantaggi concreti, perché nel mondo attuale le dimensioni di scala sono decisive», per un rilancio della domanda interna, occorrono politiche che rafforzino il potere d’acquisto delle famiglie, sostengano l’occupazione stabile e tutelino le imprese che producono e investono nel nostro continente. Questo significa anche promuovere un modello sociale europeo capace di coniugare competitività e solidarietà, produttività e giustizia sociale, innovazione e tutela del lavoro, investendo in modo massiccio in ricerca, infrastrutture digitali e autonomia strategica. Questa fase di ridefinizione degli equilibri internazionali potrebbe diventare una straordinaria opportunità per rilanciare l’idea di un’Europa che non solo resiste agli shock, ma costruisce un futuro più equo, forte e indipendente.