Dazi, e le imprese già contano le ferite
Oltre a evidenziare l’incoerenza del centrosinistra, che, in teoria, dovrebbe sostenere la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ma che poi alla luce dell’accordo sui dazi – il patto di Turnberry – la accusa di aver capitolato di fronte agli Stati Uniti, la stretta di mano tra von der Leyen e Trump e la fissazione di una tariffa al 15% ha immediatamente scatenato tra le imprese una corsa a calcolare chi e quanto perde di più. Sebbene, e questo è necessario sottolinearlo, ancora non si conoscano i dettagli dello stesso accordo.
Posto che «gli impegni chiave di entrambe le parti includono: un unico tetto tariffario statunitense onnicomprensivo del 15% per i prodotti dell’Ue a partire dal 1° agosto», applicato «alla stragrande maggioranza delle esportazioni dell’Ue», è scritto in una nota della Commissione Ue, secondo il presidente di Confindustria, per il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, in un’intervista al quotidiano Repubblica, scendendo nel dettaglio del possibile impatto dei dazi, «abbiamo stimato 22,6 miliardi di euro di minori vendite negli Stati Uniti». «L’impatto più importante sarebbe per i settori dei macchinari, della farmaceutica e dell’alimentare, e poi a scendere per tutti gli altri».
Calcolo ancora più preoccupante, quello della Svimez, secondo la quale c’è il rischio, comprendendo nel calcolo il settore farmaceutico, di una riduzione del Pil di 6,296 miliardi (-0,3%), di una diminuzione delle esportazioni di 8,627 miliardi (-14%) e un calo delle unità di lavoro di 103.892 (-0,4%). C’è chi, come Paolo Barelli, presidente dei deputati di FI, ritiene che si possa ancora «proseguire il lavoro affinché si giunga all’eliminazione completa dei dazi tra i due continenti».