di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale
Essere usciti dall’incertezza, secondo alcuni, all’indomani dall’intesa e della stretta di mano tra la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è sicuramente un passo in avanti. Ma adesso arriva la parte più difficile.
Come sottolineato dallo stesso presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, sebbene non sia ancora arrivato il tempo per dare un giudizio compiuto in materia di dazi sull’esito della trattativa tra Usa e Ue, perché le incognite sono ancora molte e c’è ancora margine per arrivare ad un accordo migliore (o peggiore?), non si può nascondere la preoccupazione di chi rappresenta le lavoratrici e i lavoratori. Non solo in Italia.
Sì, perché sappiamo molto bene quanto simili eventi possano andare ad impattare sui lavoratori sia in termini di potere d’acquisto dei loro stipendi sia perché il lavoro rischia troppo spesso di essere utilizzato dalle imprese come “strumento” per compensare eventuali perdite dovute ai dazi e a export sfavorevoli. Un’ipotesi da scongiurare, ma non impossibile, anche a causa di quel “dazio occulto”, cioè del dollaro debole rispetto all’euro, che ha portato la moneta americana ad un deprezzamento pari al -12-13% rispetto a quella europea, motivo per il quale il “dazio occulto” fa ancora più paura dei dazi veri e propri.
Oggi, infatti, è ricominciata la serie di allarmi e di calcoli da parte delle imprese per incitare il governo italiano a prendere provvedimenti di fronte a perdite, a loro avviso, piuttosto ingenti. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, in un’intervista al quotidiano Repubblica ha parlato di ben 22,6 miliardi di euro di export a rischio e che con la quotazione del dollaro rispetto all’euro, scesa del 12-13% dall’inizio dell’anno, (in prospettiva anche fino al 20), la necessità di aprirsi a nuovi mercati, come più volte invocato anche dall’UGL, il problema diventa enorme.
Sì, è vero, per avere un testo definitivo dell’accordo Ue-Usa, bisognerà attendere il 1° agosto. Ma è chiaro che la questione, prima o poi, andrà a definirsi e senza il raggiungimento di un punto di equilibrio tra le due parti (lavoro e impresa), il rischio più probabile è che sarà una delle due a pagarne gli effetti più diretti e devastanti.
Come tutti sanno, in Italia gli stipendi sono ancora deboli, nonostante le misure adottate dal governo Meloni, come il taglio del cuneo fiscale. Quindi ciò che occorre, sempre di più, è il dialogo tra lavoro e impresa, con il supporto di misure ad hoc messe a disposizione dal governo. Un dialogo che dovrà essere decisamente più proficuo di quello in corso – per adesso – tra Ue e Usa.