di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

L’Employment Outlook dell’Ocse, presentato ieri al Cnel e di cui si parla oggi sul Sole 24 Ore, lancia un allarme che non possiamo ignorare: entro il 2060 l’Italia perderà 12 milioni di persone in età lavorativa, con un calo del 34% della forza lavoro, un dato quattro volte peggiore della media dei Paesi Ocse. Un inverno demografico che ormai non è più una previsione, ma una realtà con cui ci stiamo già scontrando, con effetti dirompenti sulla tenuta del nostro sistema economico, previdenziale e sociale. Di fronte a una crisi strutturale di questa portata, servono interventi altrettanto strutturali volti a contrastare gli effetti sia della denatalità che dell’invecchiamento della popolazione. A partire dal mondo del lavoro, dove aumenta la presenza degli over-60 ancora attivi, che vanno tutelati con un’opportuna organizzazione del lavoro anche per salvaguardarli in termini di salute e sicurezza. Va nella giusta direzione la recente approvazione del Ddl 1430, che ha riconosciuto maggiori tutele ai lavoratori con problemi di salute, spesso legati all’età, ma occorrono anche migliori percorsi di gradualità in uscita, flessibilità oraria, modelli part-time agevolati, lavoro agile e anche un patto intergenerazionale che preveda, ad esempio, forme di tutoraggio e job sharing, per una staffetta tra lavoratori esperti e neoassunti che valorizzi l’esperienza e allo stesso tempo inserisca meglio i giovani. Anche perché un altro tema è proprio quello giovanile: nonostante le classi d’età più giovani siano sempre più esigue, l’Italia conta ancora oltre 1,3 milioni di Neet e un tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa, con picchi drammatici al Sud. Servono politiche attive del lavoro – utile il nuovo assistente virtuale per l’inserimento lavorativo, AppLI – un orientamento scolastico efficace, formazione tecnica e professionale, ponti tra scuola e impresa. E poi, per aumentare il tasso di natalità, misure strutturate per la famiglia, servizi per l’infanzia adeguati, sostegni economici ed efficaci politiche di conciliazione, con una flessibilità nell’organizzazione del lavoro che venga incontro ai lavoratori e soprattutto alle lavoratrici, in un Paese nel quale il divario occupazionale di genere si attesta ancora ad oltre 17 punti percentuali. Se da un lato, quindi, i lavoratori senior vanno tutelati come componente ormai significativa della forza lavoro, dall’altro, come giustamente ammonisce il Cnel, vanno mobilitate le «risorse lavorative inutilizzate», includendo di più e meglio giovani e donne nel mondo del lavoro, non solo per ragioni di giustizia sociale, ma anche per riequilibrare anagraficamente la composizione della popolazione attiva italiana, con effetti positivi sul nostro sistema economico, in relazione a consumi, fisco e welfare, ma anche dal punto di vista dell’innovatività e competitività.