di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Di fronte ai dati diffusi oggi da Confcommercio-Censis, c’è un commento immediato che un’organizzazione sindacale, per la precisione una come la nostra, l’UGL, può fare: lasciateci fare il nostro mestiere!
Spieghiamo subito perché: dal rapporto sul clima di fiducia e aspettative delle famiglie italiane nel 2025, emerge che, dopo un triennio segnato da pandemia, inflazione e instabilità geopolitica, le stesse, sebbene un atteggiamento a metà strada tra cautela e desiderio di normalità, sono tornate a spendere. Se, però, il 43,3% delle famiglie ha aumentato i consumi nel 2024, lo ha fatto a scapito del risparmio, poiché oltre la metà degli italiani (51,8%) ha visto diminuire i propri risparmi.
Oltre alla forbice delle diseguaglianze socio-economiche molto marcata, sono le spese inderogabili, come bollette, tasse, spese condominiali, il fattore principale che induce a ridurre i consumi (56,3% degli italiani), oltre alla contrazione dei redditi (25%) e alla necessità di accantonare risorse per imprevisti (18,7%). Da una parte crescono le intenzioni di spesa, dall’altra il clima resta incerto, con un saldo tra ottimisti e pessimisti positivo, ma in forte calo: nel 2025 si è più che dimezzato rispetto al 2023 con 10,8 punti contro i 27,5 dell’anno precedente. Gli italiani non rinunciano alle vacanze estive già pianificate dal 37,7% degli italiani, il dato più alto dal 2019, mentre solo il 6,2% degli italiani si dichiara disposto ad acquistare un’abitazione.
Soprattutto è interessante osservare le aspettative di famiglie: per il 67,4% «mantenere un tenore di vita adeguato, ma solo il 9,7% prevede un aumento dei propri redditi nella seconda metà del 2025. La previsione più ricorrente è quella di stabilità (65,6%), ma un quarto delle famiglie teme una contrazione.
Sicuramente la previsione della stabilità è merito che va ascritto al lavoro che il governo di centrodestra sta molto diligentemente portando avanti, in mezzo a mille difficoltà e ad un contesto geopolitico senza precedenti. Quanto invece alla previsione di un aumento dei propri redditi, oltre alla giusta scelta dell’esecutivo Meloni di rendere strutturale il taglio del cuneo fiscale e alla presenza di strumenti di sostegno ai redditi, come la detassazione del welfare aziendale, premi di produttività ed aumenti contrattuali, nonché incentivi alla partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa, è qui che entra in gioco il ruolo del sindacato, di un sindacato, però, non conflittuale, ma collaborativo-partecipativo. Un sindacato, cioè, che ha già fatto un’opportuna transizione culturale.
Sì, perché è nella contrattazione – e non in un salario minimo – e, in particolare, in quella di secondo livello, che i sindacati e le imprese possono, anzi debbono giocare la loro partita e il loro ruolo fondamentale per la ricostruzione di quel clima di fiducia che le famiglie italiane e, quindi, le lavoratrici e i lavoratori italiani sembrano aver smarrito.