Medie imprese italiane prime in Ue per produttività. Una realtà composta da 3.650 aziende, operanti nei comparti del made in Italy, che, tra il 2014 ed il 2023, ha registrato un aumento del 31,3% della produttività del lavoro, del 54,9% delle vendite e del 24,2% dell’occupazione

È la rivincita del capitalismo familiare e delle medie imprese. Secondo il XXIV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane e nel Report “Scenario competitivo, ESG e innovazione strategica per la creazione di valore nelle medie imprese industriali italiane”, realizzati dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere, le medie imprese italiane vincono il confronto con le concorrenti tedesche e francesi performando meglio su fatturato e occupazione, seconde solo alle spagnole, ma sul fronte della produttività non hanno rivali. Una realtà d’eccellenza, la più competitiva, del nostro capitalismo familiare e composta da 3.650 aziende, prevalentemente operanti nel made in Italy, che, tra il 2014 ed il 2023, ha registrato un aumento del 31,3% della produttività del lavoro, del 54,9% delle vendite e del 24,2% dell’occupazione, correndo allo stesso ritmo delle colleghe nazionali di medio-grande dimensione (+55,3%) e più speditamente dei gruppi maggiori (+42,1%). Le medie imprese generano il 17% del fatturato dell’industria manifatturiera italiana, il 16% del valore aggiunto e il 14% sia delle esportazioni sia dell’occupazione complessiva. «Le medie imprese contribuiscono per il 45% all’export italiano e hanno una propensione ad esportare del 42%», ha detto Giuseppe Molinari, presidente del Centro Studi Tagliacarne, aggiungendo che «queste realtà produttive, con le loro elevate performance, sono la prova provata che quando il family business si organizza, anche dal punto di vista manageriale, e si apre alla competizione allargata, dà vita a un modello di successo per innovazione e produttività, anche nei confronti degli altri competitors». Se per il 2025, le medie imprese prevedono di chiudere ancora in positivo con incrementi del 2,2% del fatturato totale e del 2,8% dell’export rispetto al 2024, sono preoccupate (circa il 70%) per la concorrenza low-cost, per il contesto geopolitico instabile e per il caro energia. Irrisolti altri due fattori: la pressione fiscale e il mismatch occupazionale. Infine, l’effetto dei dazi introdotti o minacciati dagli USA sarebbe rilevante per il 30% circa di esse e, seppure con un impatto più contenuto, interessare un ulteriore 21,3%. Anche per questo il 52,6% di tali imprese auspica l’adozione di una politica commerciale europea contro la concorrenza sleale e il protezionismo di altri Paesi e il 31,2% una policy comune per la sicurezza energetica.