di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Oggi sul Sole 24 Ore si parla di pensioni integrative, riscontrando che sul totale dei Tfr a disposizione dei lavoratori italiani, lo scorso anno la quota destinata alla previdenza complementare è salita al 26,4%, ovvero 8,61 miliardi su 32,69, oltre un quarto, con 1,57 miliardi in più rispetto al 2023 ed una crescita di quasi il 10%. Nell’ottica di assicurare ai pensionati del futuro un reddito maggiore, si tratta di un risultato molto positivo, ma ancora migliorabile. Il tema è serio: dato l’impatto prevalente del sistema contributivo, si rischia concretamente, nel futuro, di avere un numero cospicuo di pensionati poveri ed è importante che i lavoratori siano consapevoli di questo problema, affinché possano affrontarlo e risolverlo per tempo. Per questo anche al governo si sta lavorando su proposte di rilancio della previdenza complementare, per aumentare la quota degli aderenti, in vista anche della prossima finanziaria, dopo che lo scorso anno era stata accantonata una riforma del meccanismo di adesione che si voleva basare sul silenzio-assenso. Un’eventuale riforma della legge deve tener conto di vari fattori, compresa, come illustrato dal Sole, la questione di eventuali ricadute sul fondo di tesoreria Inps, nel quale confluisce il Tfr dei lavoratori delle aziende con più di 50 dipendenti non destinato alla previdenza integrativa. Ma, oltre a questo aspetto, pure importante, emergono anche altre problematiche da affrontare per invogliare i lavoratori ad una maggiore partecipazione. Innanzitutto, è necessario un lavoro sul fronte culturale per far conoscere meglio i benefici della pensione integrativa e dotare i lavoratori di una conoscenza della materia in grado di dissipare i dubbi sulla gestione e sul controllo dei fondi, in un’opera di vera e propria educazione finanziaria. In secondo luogo è impossibile non considerare che la questione è connessa al problema salariale: senza stipendi dignitosi, che consentano di arrivare agevolmente a fine mese, oltre che la destinazione del solo Tfr, un problema può essere rappresentato dalla contribuzione minima mensile a carico del lavoratore, che incide sul reddito disponibile e quindi può costituire un fattore scoraggiante per coloro che percepiscono stipendi e salari più bassi. Insomma, per rendere l’adesione alla previdenza integrativa più diffusa, evitando il rischio che resti appannaggio dei lavoratori di livello medio-alto, così ampliando il divario sociale sia presente che futuro, al momento del pensionamento, occorre che venga affrontato il tema rimanendo ben ancorati alle problematiche concrete dei lavoratori italiani, giovani in primis, e quindi con una particolare attenzione a quella che è attualmente la sfida più importante per il mondo del lavoro italiano: la questione salariale. Solo così la previdenza integrativa potrà diventare uno strumento davvero accessibile e quindi universale.