di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
L’Italia sta attraversando una fase di profonda trasformazione che coinvolge non solo la struttura del lavoro, ma anche la sua percezione culturale, soprattutto da parte delle giovani generazioni, un fenomeno legato a questioni demografiche, alla globalizzazione ed alla digitalizzazione, poi ulteriormente amplificato dalle conseguenze socioculturali della crisi Covid. Ne parla oggi un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore, che, dati alla mano, fotografa in modo lucido una realtà che da tempo denunciamo come sindacato: la centralità del lavoro nella vita delle persone non è più scontata, e la “fuga” di talenti all’estero è solo la punta dell’iceberg di un disagio ben più ampio. In sintesi, in passato il lavoro, sempre lo stesso fino alla pensione, era percepito, oltre che come fonte di reddito, anche come elemento fondante della propria inclusione sociale, mentre oggi, per i giovani, le cose sono cambiate. In parte perché è il lavoro stesso ad essere cambiato, ma anche per ragioni culturali legate alla post-modernità: il lavoro viene certamente visto come essenziale strumento di sostentamento ed indipendenza, ma, nella ricerca di un’occupazione, gli obiettivi ricercati dalle nuove generazioni – specie dei giovani più istruiti e quindi con maggiore “potere contrattuale” nel mercato del lavoro – non si limitano al fattore economico. Vengono considerati importanti anche altri elementi, come condizioni di lavoro rispettose, welfare aziendale, valorizzazione del merito, bilanciamento tra vita privata e professionale. Alla base di questo atteggiamento anche il fatto che ormai, tra il processo di unificazione europea ed i progressi nelle comunicazioni e nei trasporti, in assenza di offerte di lavoro soddisfacenti in Italia, l’opzione estero viene valutata diversamente che in passato. Vivere e lavorare in un altro Stato dell’Ue, grazie alla presenza delle compagnie aeree low-cost e della rete web per interagire con i propri contatti sociali rimasti in Italia, è diventato estremamente semplice. Una situazione completamente differente rispetto all’emigrazione italiana del passato, anche perché oggi ad andarsene non sono i lavoratori a minore valore aggiunto, ma, al contrario, quelli più preparati. E se questa è la tendenza, per il sistema Italia la mobilità del lavoro rischia di trasformarsi in emergenza sociale se i “migliori” decidono di andarsene, e magari non tornare, e nel frattempo anche l’immigrazione di qualità è orientata altrove. L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un Paese attrattivo, nel quale valga la pena restare o stabilirsi, creando da un lato un contesto produttivo improntato allo sviluppo ed all’innovazione e dall’altro costruendo non solo occupazione, ma buona occupazione, dal punto di vista innanzitutto economico, con retribuzioni eque, ma anche capace di rispondere ai bisogni immateriali delle persone.