L’operazione in Iran e i timori per il prezzo di gas e petrolio. Per ora nessun impatto su forniture Bruxelles. Ue: «In generale, noi non abbiamo import di petrolio dall’Iran», ma «ovviamente, è una situazione che seguiamo molto da vicino»

Ormai è previsto che “l’operazione” israeliana contro l’Iran, come diffuso dalla Cnn citando fonti della Casa Bianca e israeliane, duri «settimane, non giorni». Oltre alle devastanti conseguenze umanitarie, bisogna, purtroppo, farsi delle domande anche su quelle economiche. Con le quotazioni internazionali dei raffinati venerdì scorso in forte aumento, soprattutto sul diesel, per effetto del conflitto tra Tel Aviv e Teheran, sono cresciuti i prezzi sulla rete carburanti italiana. In base all’elaborazione di “Quotidiano Energia” dei dati comunicati dai gestori all’Osservaprezzi del Mimit, il prezzo medio nazionale praticato della benzina in modalità self è 1,710 euro/litro (1,700 la rilevazione del 12 giugno), con le compagnie tra 1,702 e 1,718 euro/litro (no logo 1,696). Il tasso di inflazione diffuso oggi, mese di maggio, rispetto ad un anno fa, mostra una risalita (+1,6%) dovuta principalmente alla dinamica dei prezzi dei beni energetici regolamentati (da +31,7% a +29,3%) e non regolamentati (da -3,4% a -4,3%), ma antecedente al conflitto tra Israele e Iran. Dopo cosa succederà? Per ora, oggi, i prezzi del Petrolio sono in leggero calo, nonostante l’intensificarsi del conflitto, poiché gli attacchi israeliani non hanno rallentato le esportazioni di petrolio da Teheran e gli Stati Uniti non sono intervenuti direttamente. Per il momento. L’attacco di Israele alle infrastrutture iraniane, nonché a grandi giacimenti di gas (come il South Pars-North Dome che l’Iran condivide con il Qatar) e ai centri di comando presenti a Teheran appartenenti alla Forza Quds dell’Iran, cioè il braccio operativo estero del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, colpisce un Paese che oggi produce 3,2 milioni di barili al giorno di greggio e ne esporta 1,8 milioni, più 350 mila barili giornalieri di prodotti raffinati. Al momento la minaccia più grande, per ora soltanto annunciata, che, comunque, ha obbligato la Farnesina a convocare l’Unità di crisi, è la chiusura militare dello Stretto di Hormuz, snodo essenziale per il passaggio di 21 milioni al giorno di barili di greggio e derivati, pari al 30% del commercio marittimo globale di petrolio. Altro timore è che un’escalation del conflitto possa coinvolgere gli stati del Golfo dirimpettai dell’Iran, potenziali obiettivi di azioni militari. Il fatto che il conflitto non si sia ancora esteso ad altri Paesi favorisce anche l’atteggiamento attendista dei mercati, perché, in caso contrario, si arriverebbe ad una riduzione dell’offerta di barili o a un blocco delle forniture, in particolare da Stretto di Hormuz. Per il momento, Israele non ha preso di mira «gli impianti di esportazione di energia dell’Iran», forse in rispetto del desiderio di Donald Trump di abbassare i prezzi del petrolio. Per il momento.