di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
C’è sempre, in ogni partita di calcio tra ragazzini, quel momento tragicomico in cui qualcuno, una volta capito che non vincerà, vorrebbe interrompere il gioco portandosi via il pallone. Con un po’ di ironia, una scena che ricorda quelle che stiamo osservando nel dibattito politico post-referendario. Il referendum sul lavoro non ha raggiunto il quorum e, piuttosto che fermarsi a riflettere su perché milioni di italiani abbiano scelto di non andare alle urne, nonostante i toni da chiamata alle armi, l’idea che è venuta adesso a qualcuno fra i sostenitori del sì è quella di chiedere di cambiare le regole. Troppo difficile vincere? E allora via con l’abbassamento del quorum, magari al 33%. Oggi, sul Corriere della Sera, ne parla, ad esempio, il leader dei Cinquestelle, Giuseppe Conte, che ha indubbiamente ragione quando afferma che le opinioni di 12 milioni di cittadini sono un fatto politico rilevante di cui tenere conto, meno quando sostiene di voler cambiare l’istituto referendario, perché anche le opinioni degli altri, dei poco meno di 40 milioni di elettori che non hanno ritenuto utile recarsi alle urne oppure hanno detto no vanno altrettanto considerate. Sempre sullo stesso Corriere, è, infatti, intervenuto sul tema anche Sabino Cassese, noto giurista, per dire che l’istituto referendario, pensato dai padri costituenti con finalità ben precise e limitate, non può essere usato come megafono per ambizioni politiche, snaturandone il senso, e che il quorum non è un numero scelto a caso, ma è stato impostato sulla maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto come forma di garanzia, affinché un atto eccezionale, come l’abrogazione di una legge votata dal Parlamento, avvenga solo con un mandato popolare ampio e consapevole. Una soglia alta, ma per salvaguardare la nostra democrazia rappresentativa, evitando la possibilità che «una minoranza di votanti, nel referendum, potesse incidere, abrogandola, su una legge approvata dalla maggioranza dei parlamentari». Anche perché l’astensione in questo caso va interpretata come un atto consapevole di contrarietà, nel merito o nel metodo, a quanto proposto nei referendum stessi. Chi ha a cuore davvero il benessere dei lavoratori – e qui l’Ugl parla con voce chiara – deve sapere che le tutele non si conquistano con scorciatoie propagandistiche, ma con il lavoro quotidiano nei luoghi di lavoro, nella società, nelle istituzioni. E chi ha a cuore la nostra democrazia deve ricordare che è innanzitutto doveroso rispettarne le leggi, senza cercare di piegarle ai propri interessi di parte. E così si torna a quel ragazzino col pallone: ha organizzato la partita, ha lanciato la sfida. Ma quando le cose non vanno come sperava, dà la colpa agli altri e propone nuove regole. Regole che, guarda caso, favorirebbero proprio lui. Così no, grazie.