Forse il fallimento dei vari commissari tecnici azzurri non è imputabile unicamente a un modo di allenare o a scelte tattiche

Lamine Yamal, Jude Bellingham, Erling Haaland, Jamal Musiala, Pedri, Endrick, Cubarsì e Gavi. Questi sono i nomi dei giovani di maggior talento del panorama calcistico mondiale. Un elenco che dovrebbe far riflettere profondamente il calcio italiano, dato che tra i principali giocatori di prospettiva mondiale, nessuno indossa la maglia azzurra. I fasti dei Totti, Del Piero, Inzaghi o Vieri sono ormai un lontano ricordo. Ciò che accade in Spagna e in Inghilterra, dove i giovani talenti non solo emergono ma vengono immediatamente lanciati e valorizzati nei campionati maggiori, dovrebbe spronare i club italiani. Eppure, in Italia continuiamo ad autocompiacersi, confortati da riconoscimenti come il premio Maurice Burlaz, assegnato dalla UEFA alla federazione che si è distinta per i risultati delle proprie selezioni giovanili. Questo premio suggerisce una base solida a livello giovanile, ma allora, ci chiediamo, che fine fa quel talento una volta uscito dalle giovanili? Gran parte di esso si disperde, un fenomeno in parte fisiologico, ma che diventa preoccupante se si analizzano i dati e i risultati delle nazionali U17 e U19. La cruda verità è che la Serie A non è un campionato per giovani. I fatti lo dimostrano in maniera inequivocabile, specialmente se confrontiamo il minutaggio con le altre leghe europee. Prendiamo ad esempio la stagione 2023/2024: mentre in Bundesliga, la percentuale di minuti giocati da calciatori Under 21 ha superato il 10%, e in Ligue 1 si è attestata intorno al 9%, la Serie A si è fermata a circa il 6-7%. Ancora più eclatante il paragone con la Liga spagnola, dove l’integrazione dei giovani è una filosofia di club e il minutaggio medio per gli Under 21 è significativamente più alto. Se guardiamo specificamente alla leva calcistica 2007/2008, il quadro si fa ancora più desolante: oltre al discusso caso di Francesco Camarda, che si muove tra il Milan e il Milan Futuro (recentemente retrocesso dalla Serie C, a dimostrazione di un sistema di crescita tutt’altro che lineare), l’unico giocatore ad aver disputato almeno cinque presenze nell’ultima edizione del campionato di Serie A è Honest Anahor, difensore del Genoa. Un singolo nome a fronte di un’intera generazione. Questo è un mondo distante anni luce dagli altri grandi campionati europei, dove i pari età spesso sono già protagonisti o comunque vantano un numero di presenze ben più cospicuo nelle prime squadre. Questo scenario ci porta a riflettere profondamente: forse il fallimento dei vari commissari tecnici (Spalletti, Mancini e Conte) non è imputabile unicamente a un modo di allenare o a scelte tattiche. Potrebbe essere, invece, la manifestazione ultima di una carenza strutturale e sistemica di talento a disposizione.