di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

In un articolo del Domani si analizza il tema sempre attuale del divario di genere nel mondo del lavoro, stavolta mettendolo in correlazione con il livello di istruzione. Alla base i dati Eurostat 2024 ed il Rapporto Cnel-Istat 2025, che, innanzitutto, stabiliscono i termini dell’attuale disparità nel nostro Paese: il tasso di occupazione femminile tra i 20 e i 64 anni in Italia è al 57,4%, contro una media Ue del 70,8%. Se questo è il dato generale, tra le donne con licenza media solo il 36,6% ha un’occupazione, contro il 69,7% degli uomini con lo stesso livello di istruzione. Tra le donne laureate, invece, il tasso sale al 79,3%. Un livello che, sebbene inferiore rispetto sia al tasso di occupazione delle donne laureate europee, che è dell’84,3%, che a quello degli uomini laureati italiani, all’86,2%, risulta comunque molto alto. Certo, in termini di qualità dell’occupazione, anche ai massimi livelli di istruzione, resta un soffitto di cristallo che lascia le donne ai margini rispetto alle posizioni apicali. Ma è comunque evidente una correlazione, come sostiene l’articolo, fra lavoro ed istruzione, un potente fattore di emancipazione. Basta, quindi, che le donne studino di più per risolvere il problema dell’occupazione femminile? Le cose, purtroppo, non sono così semplici. Occorre, infatti, considerare un problema strutturale importante: l’ascensore sociale bloccato. Ovvero il fatto che, solitamente, a raggiungere i livelli più alti di istruzione sono le persone, donne comprese, provenienti già da famiglie benestanti ed acculturate con, quindi, maggiori possibilità di studiare e poi di ricorrere ad una rete sociale di supporto, sia nel mondo del lavoro che nella gestione dei carichi familiari, che ne permette una migliore occupazione. La maggiore istruzione, quindi, più che una causa di benessere sembra esserne una conseguenza. Per rendere effettivamente lo studio e poi l’inserimento nel mondo del lavoro pienamente paritari al di là del genere, occorrono politiche specifiche che rimuovano i molti ostacoli ancora presenti sul cammino delle donne. In primis una scuola meritocratica, capace, quindi di permettere non tanto ai più abbienti, ma a tutti, premiando i meritevoli, di poter esprimere i propri talenti nel percorso di istruzione. In secondo luogo, occorre incentivare la formazione Stem per le donne, superando gli stereotipi. Poi, nelle politiche attive, servono formazione tecnica e riqualificazione, anche per le donne a bassa scolarizzazione. Di seguito, un mondo del lavoro inclusivo, attraverso un’organizzazione che non penalizzi la componente femminile e che punti sulla conciliazione, perché il problema non è solo l’accesso al lavoro, ma anche la tenuta nel tempo – ovvero dopo la maternità – di occupazione e crescita professionale. Infine, per consentire tutto questo, migliori servizi pubblici a sostegno delle famiglie. Insomma: l’impegno delle donne sul fronte dell’istruzione è importante, ma non certo sufficiente: per garantire reali pari opportunità serve uno sforzo collettivo da parte di tutta la comunità nazionale.