di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Dai dati pubblicati oggi dall’Istat emergono informazioni che si collegano direttamente alla referendaria in corso, decretandone la sostanziale inutilità. Scopriamo, infatti, che si confermano anche nel mese di aprile 2025, le dinamiche emerse dalle politiche avviate dal governo di centrodestra: su base mensile, la stabilità degli occupati si associa al calo dei disoccupati; il tasso di occupazione è stabile al 62,7%; confrontando il trimestre febbraio-aprile 2025 con quello precedente (novembre 2024-gennaio 2025), si registra un aumento di 96mila occupati (+0,4%). Ma, soprattutto, in termini tendenziali, l’occupazione cresce del 2,2% sia tra i dipendenti permanenti sia tra gli autonomi, mentre cala quella tra i dipendenti a termine (-6,1%).
Dunque, continua a crescere il lavoro e anche quello stabile. Mentre per migliorare la qualità del lavoro stesso, che è tema più attinente alle professionalità e alla produttività, non c’è – e d’altronde non potrebbe esserci – alcun intervento nei referendum.
L’aumento dell’occupazione non è un segnale nuovo e non è di pochi mesi e indica quanto attraverso i tre quesiti su cinque, dedicati prettamente al lavoro, e, per la precisione, soprattutto il primo (“Contratto di lavoro a tutele crescenti. Disciplina dei licenziamenti illegittimi: Abrogazione”), non si sia affrontato né direttamente né indirettamente un altro, sentito, problema: il livello degli stipendi. Su quest’ultimo, il governo Meloni è intervenuto, rendendo strutturale – scelta del tutto inedita e dall’UGL insistentemente richiesta – il taglio del cuneo fiscale. Perché molti non percepiscono i benefici del calo delle tasse sul lavoro dipendente? Perché decenni di stipendi deboli, al di sotto della media Ue, non si recuperano in due anni e perché per rafforzare le retribuzioni occorre la contrattazione e cioè la negoziazione tra rappresentanti dei lavoratori e delle imprese.
Alla sinistra e, in particolare, ai promotori del referendum, cioè la Cgil, non interessa allora sedersi intorno a un tavolo per ragionare con la controparte, utilizzando magari altri strumenti messi eventualmente a disposizione dal governo, su come portare gli stipendi italiani agli standard europei.
Non interessa perché il vero obiettivo è portare avanti un regolamento di conti tutto interno alla sinistra, dalla quale è nata la riforma, il Jobs Act, che ha cancellato l’articolo 18, la più forte e più efficace tutela che gli italiani abbiano mai avuto per difendere il loro posto di lavoro. E che non gli verrà restituita in ogni caso, neanche con la eventuale vittoria dei “sì” al referendum.