di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

La portata della questione demografica in Italia è ormai nota ed i nuovi dati del Rapporto annuale Istat 2025 non fanno che rafforzare le preoccupazioni per un Paese che continua ad invecchiare: ormai il numero degli ultra 80enni supera quello dei bambini sotto i 10 anni, perché fortunatamente si vive a lungo, ma anche perché le nascite continuano a diminuire. Il problema non è solo di tipo culturale, che sarebbe pure una questione sulla quale riflettere, ma deriva in gran parte dall’insicurezza economica, che impedisce alle nuove generazioni di giovani adulti di impostare un progetto di autonomia e ancor di più un progetto familiare. Basti pensare che i due terzi dei giovani tra 18 e i 34anni, oltre il 63%, vivono con la famiglia d’origine. Anche perché, se l’occupazione cresce – e questo certamente è un fatto positivo – esiste ancora un problema salariale, con retribuzioni insufficienti ad affrontare il costo della vita, ed un problema generazionale, con otto nuovi occupati su dieci che hanno più di cinquant’anni. Resta insufficiente l’inclusione, quantitativa e qualitativa, dei più giovani nel mondo del lavoro. E così molti ragazzi preferiscono restare in famiglia. Come conseguenza si sposta in avanti l’età di un’eventuale convivenza o matrimonio e della nascita del primo figlio. Oltre a una questione giovanile, dai dati emerge però anche un tema legato ad adulti e anziani: per quanto riguarda gli altri settori anagrafici, infatti, fra gli italiani di età media ci sono molte coppie con uno o senza figli, ma anche nuclei mono-genitoriali e di single, compresi gli anziani che vivono da soli, magari vedovi e con i figli ormai grandi. In sintesi, le famiglie italiane, rileva l’Istat, hanno una media di 2,2 componenti. Quelle formate da una sola persona sono il 36,2%, mentre solo il 13,5% ha 4 componenti e solo il 4% ha 5 o più membri. Famiglie sempre più piccole, nelle quali è alta l’incidenza della povertà, dovendo affrontare tutte le spese domestiche spesso con un solo reddito, ma dove c’è anche grande richiesta di servizi di supporto, non essendoci una rete parentale di aiuto. Questi dati devono essere spunto per l’attivazione di politiche conseguenti, per migliorare il benessere della nostra popolazione. Se, da un lato, risulta fondamentale investire di più e meglio sui giovani, dall’istruzione alla formazione, alle politiche attive, per integrarli nel mondo del lavoro e quindi facilitarne una più rapida indipendenza economica, dall’altro occorre anche intervenire sul fronte del potere d’acquisto dei redditi da lavoro. Ma serve anche un sistema di welfare più adeguato alla società contemporanea, che riesca a dare un concreto supporto alle “piccole” famiglie italiane, che necessitano più che mai di servizi per l’infanzia, per la non autosufficienza e di maggiori strumenti dedicati alla terza età.