di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Il 2024 ha confermato una dinamica positiva per il mercato del lavoro italiano. Secondo quanto evidenziato dal Rapporto Annuale dell’Istat, presentato oggi alla Camera, il numero degli occupati è aumentato di 352mila unità, raggiungendo quota 23,9 milioni: un livello record, con una crescita media annua del 3,6% rispetto al 2019. Un segnale incoraggiante, soprattutto se si considera il rallentamento generale della crescita economica. Il tasso di occupazione ha registrato un incremento dell’1,5%, mentre la disoccupazione è scesa al 6,5%, con una riduzione di 283mila disoccupati e un calo di 1,1 punti percentuali. Ancora più significativo è il dato relativo alla tipologia contrattuale: la crescita occupazionale è trainata dal lavoro a tempo indeterminato, mentre i contratti a termine hanno registrato un calo del 6,8%. Uno scenario positivo, che però non esime dalla necessità di fare ulteriori passi avanti, specie dal punto di vista del trattamento economico dei lavoratori, puntando su un’occupazione non solo stabile, ma anche di qualità. In questo contesto, la ricorrenza approfondita dal Cnel nella guida “Il lavoro che cambia. A 55 anni dallo Statuto dei lavoratori” ci offre l’occasione per una riflessione sul valore del lavoro e sulla centralità della persona nei processi economici. Come ha ricordato il Presidente del Cnel, Renato Brunetta, lo Statuto è stato, infatti, molto più che una legge: è stato l’espressione di un metodo, fondato sul rispetto della dignità del lavoratore. Ora occorre attualizzare quel metodo in un contesto profondamente diverso da quello in cui nacque la legge 300/1970: il fordismo del dopoguerra ha lasciato il posto a una nuova rivoluzione industriale, segnata dalla transizione digitale, dalla robotica e dall’intelligenza artificiale, che si è aggiunta ai cambiamenti già imposti dalla globalizzazione. Una trasformazione epocale, che ci impone di affrontare con coraggio e visione il tema delle riforme del mercato del lavoro, per costruire un modello che sappia tenere insieme innovazione tecnologica e giustizia sociale. Questo significa rafforzare le politiche attive per il lavoro, investire con decisione nella formazione professionale e colmare il mismatch tra domanda e offerta di competenze. Le imprese hanno bisogno di nuove professionalità, ma i lavoratori devono essere messi nella condizione di formarsi e aggiornarsi. Per affrontare le sfide del presente e del futuro, poi, è tempo di superare l’ideologia del conflitto di classe. Serve un nuovo patto sociale basato sulla collaborazione tra capitale e lavoro, in un’ottica partecipativa. Solo così potremo sostenere un’occupazione qualificata, stabile e, soprattutto, dignitosa anche nel contesto produttivo del terzo millennio. Perché il lavoro non è solo uno strumento economico, ma è, prima di tutto, un fattore essenziale di identità, inclusione e libertà.