In Italia, tanti i lavoratori insoddisfatti. “Great Detachment”, lavoratori rassegnati all’insoddisfazione e quindi “distaccati”

I risultati della ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano confermano che in Italia l’insoddisfazione tra i lavoratori è fatto più che assodato. Solamente il 10% dei dipendenti sta bene e solo il 17% è adeguatamente assunto. Sono tre le dimensioni dello “stare bene” sul lavoro: fisica, relazionale e mentale. Quando le tre dimensioni restano insoddisfatte, si resta al proprio posto di lavoro, ma facendo il minimo indispensabile (“quiet quitting”). Ad oggi, tali persone sono il 14% del totale, uno su sette. Paradossalmente, quelli che passano all’azione e fanno colloqui per trovare un nuovo lavoro sono in calo, passando dal 58% al 52%. Ma qui entra in gioco il fattore “sicurezza”: ciò che tiene fermi sul posto di lavoro è l’aumento dell’inflazione, i timori di una recessione e l’instabilità economica. E così si ritorna al “quiet quitting”, all’essere mentalmente disconnessi sul lavoro. Una buona notizia c’è: crolla la quota di chi, dopo aver cambiato lavoro, si è pentito: dal 56% al 20%. Ma anche la maggior parte di chi ha cambiato lavoro è insoddisfatto. Dopo il benessere (sempre al primo posto), chi è in cerca di nuovo lavoro desidera adeguate tutele contrattuali, retribuzione e benefit. Tra i servizi di “wellbeing”, i più richiesti, l’assistenza sanitaria e i buoni pasto. Un modo per evitare il dilagare del “quiet quitting” dilaghi c’è: leadership di supporto, retribuzione adeguata, motivazione dei dipendenti, promuovere la cultura, i valori o gli obiettivi di sostenibilità dell’azienda, flessibilità (smartworking). Quanti sono pronti a garantire tutto questo?