di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
C’è qualcosa di straordinario nella sinistra italiana. Riesce a essere sempre in prima linea, anche quando marcia contro se stessa. È il caso del referendum dell’8 e 9 giugno, che chiamerà gli italiani a votare sull’abrogazione di norme contenute nel Jobs Act. Ora, un piccolo dettaglio: quelle norme sono state scritte proprio dalla sinistra. Votate e difese con ardore da buona parte del Pd, poche allora le voci critiche, quando la linea era dettata da Renzi e i “rottamatori” sembravano dover cambiare il mondo a colpi di hashtag. Oggi che il partito ha una nuova leader, Elly Schlein, e tenta di ricostruirsi un’identità “massimalista”, sovrapponibile a quella del sindacato di riferimento, la Cgil, si vorrebbe cancellare quanto fatto. È vero che cambiare idea è lecito ed in alcuni casi auspicabile, ma qui, più che di evoluzione, sembra trattarsi di un vero atto di rimozione del passato, come se a scrivere quelle norme fosse stato qualcun altro. E così fra i fautori del “sì” al referendum – poco spazio è lasciato al dissenso interno nel partito e l’ordine di scuderia sembra essere quello di un sostegno ai quesiti referendari senza se e senza ma – ci sono tanti parlamentari che furono fra i più convinti sostenitori di quella riforma. Con il risultato, un po’ paradossale, che chi oggi si presenta come paladino dei diritti, ieri li ha sacrificati sull’altare della flessibilità. Noi dell’Ugl contrastammo il Jobs Act, nei contenuti e nei metodi, non perché si trattava di una riforma targata Pd, ma perché ci era sembrato peggiorativo per i diritti dei lavoratori. Ora, passati dieci anni, con tanti cambiamenti avvenuti nel frattempo a livello politico, economico e sociale, diciamo no al referendum, perché non siamo affatto convinti dell’opportunità di questa azione, in un contesto lavorativo per la prima volta, dopo un lungo tempo, di crescita dell’occupazione, del lavoro a tempo indeterminato, ed anche, pur se in maniera ancora insufficiente, dei salari, e perché in alcuni casi, se ne parla oggi su Italia Oggi Sette, gli effetti dell’abrogazione potrebbero rivelarsi negativi anche dal punto di vista dei diritti. Inoltre, sappiamo bene che si tratta di una scelta più politica che sindacale e non riteniamo giusto trattare il mondo del lavoro come un mezzo di propaganda, senza rimanere agganciati alla realtà concreta ed alle iniziative veramente necessarie per migliorare le condizioni di lavoro delle persone. Questo contraddittorio atteggiamento di una classe dirigente, come quella dem, che che cambia idea ad ogni stagione politica, peraltro senza alcuna autocritica, ma sempre e comunque salendo in cattedra, non è uno spettacolo rispettoso delle problematiche reali del mondo del lavoro, che pure ci sono, ed andrebbero affrontate con meno strategia partitica e maggiore rispetto per le persone ed il Paese.