di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
I dati pubblicati oggi in un articolo del Sole 24 Ore evidenziano ancora una volta come la denatalità in Italia, con un tasso di fecondità ad 1,18 figli per donna, tra i più bassi d’Europa, non sia soltanto un’emergenza demografica, ma una questione strutturale che impatta direttamente anche sull’economia e sul lavoro. L’Italia ha bisogno di giovani lavoratori, che, però, non si trovano. Se le vie d’uscita proposte dal quotidiano riguardano un maggiore ingresso di stranieri o un aumento ulteriore dell’età pensionabile, come Ugl lo ripetiamo da tempo: prima di ipotizzare altre soluzioni riteniamo innanzitutto necessario integrare i nostri giovani nel mondo del lavoro. È, infatti, paradossale trovarsi con una popolazione giovanile sempre più ridotta e, allo stesso tempo, non riuscire ad inserirla nel mercato del lavoro, mantenendo in essere le difficoltà croniche delle aziende nel reperire forza lavoro. Lo confermano i dati Istat: nonostante i giovani italiani siano pochi, resta la questione urgente della disoccupazione giovanile, che, anche se in riduzione, con un il tasso del 16,9% resta troppo alta, specie nell’ambito di un calo complessivo da record della disoccupazione generale, a meno del 6%. Anche i Neet, ovvero i ragazzi tra 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e non partecipano ad attività di formazione, diminuiscono del 4,8%, così il bollettino Cnel sul mercato del lavoro, ma restano comunque troppi, pari a 890mila inattivi. Il rischio, concretissimo, che questa situazione comporta, è quello di scatenare una discesa demografica in “proporzione geometrica”: con una quota già esigua di popolazione giovanile, alcuni, non trovando spazio nel mondo del lavoro, scelgono di stabilirsi all’estero, altri rinviano la scelta di formare una famiglia a causa dell’instabilità economica, creando così un circolo vizioso di un sempre minor numero di nascite, minando alla base non solo il presente, ma anche il futuro del Paese. Basti pensare che il prossimo settembre, quando inizierà il nuovo anno scolastico, ci saranno 134mila studenti in meno e le stime ci dicono che, se si manterrà questa tendenza demografica, tra otto o nove anni la popolazione scolastica scenderà sotto i sei milioni. Formazione, orientamento e inserimento lavorativo devono diventare assolute priorità nazionali, con investimenti seri, continui, e territorialmente equilibrati per garantire pari opportunità ai giovani e rendere effettiva la transizione tra studio e occupazione, assieme ad una valorizzazione del lavoro, con impieghi dignitosi e salari e stipendi adeguati. Poi, servizi per le famiglie e conciliazione tra lavoro e vita privata, per favorire nuove nascite. Se non interveniamo ora, rischiamo non solo una crisi demografica senza precedenti, ma un’economia bloccata dalla carenza di forza lavoro e un tessuto sociale sempre più fragile.