di Francesco Paolo Capone

Il problema non è la vendita dello storico, ultracentenario, marchio Bialetti alla cinese UO Octagon, ma le drammatiche parole di Ursula von der Leyen, la quale, in un’intervista al quotidiano tedesco Zeit, ha dichiarato che «l’Occidente come lo conoscevamo non esiste più», riferendosi all’attuale stato delle relazioni con gli Stati Uniti sotto l’amministrazione di Donald Trump, che sta costringendo l’Europa a cercare altrove alleati e partner. Non è del tutto vero e del tutto corretto.
E non solo, perché, attenzione, l’Occidente non può fare a meno dell’Occidente. Proprio per questo oggi il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sta compiendo un difficilissimo viaggio negli Stati Uniti. Bisognerebbe, dunque, evitare di attribuire colpe e responsabilità ad una sola delle due parti. È facile credere in simili circostanze, cioè in un mondo o, meglio, con mercati globalizzati, che si possano stringere (nuovi o più) accordi con la Cina, come se, in termini di affari, persa una superpotenza, si potesse sostituirla con un’altra. Non c’è solo il mercato, c’è anche una intera cultura da considerare ed è anche questa che rende solida un’alleanza.
Giustamente von der Leyen, sempre riferendosi agli Usa, sottolinea che l’Europa non ha «fratelli o oligarchi che dettano le regole. Non invadiamo i nostri vicini e non li puniamo» e quindi la stessa Europa deve fare attenzione a quei mondi in cui la democrazia non è del tutto compiuta e in cui ribollono mire espansionistiche e egemoniche.
Mentre le merci percorrono il mondo intero, mentre gli scambi continuano insieme alle relazioni, che a loro volta si sfilacciano e si intrecciano, sarebbe opportuno immaginare e costruire un “nuovo Occidente”; magari a trazione europea, bilanciando in maniera più equilibrata il rapporto storico con il nostro alleato di sempre, gli Stati Uniti. È una sfida a cui bisogna sentire il dovere di rispondere, quasi fosse una “chiamata” della storia, indotta dalle politiche protezionistiche di Donald Trump.
Non dimentichiamo la crisi in cui, a causa dei prodotti cinesi a basso costo che stanno anche in queste ore invadendo i nostri mercati, anche a causa di un mercato interno cinese o, meglio ancora, dei consumatori cinesi (fra i quali, a quanto ci risulta, la democrazia non ha ampio spazio) in grandissime difficoltà economiche, e stanno mettendo in difficoltà intere filiere strategiche europee, come l’automotive e la siderurgia. Non commettiamo errori già fatti in passato, che hanno consentito insieme agli investimenti in terra cinese delle imprese straniere, la cessione di un importante know-how.
Inoltre, sarebbe difficile considerare la Ue «ancora un progetto di pace», se poi la pace quello stesso Vecchio Continente non riesce a farla con il suo storico e principale partner.