di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Cosa non si fa per sopravvivere o, per citare Fiorella Mannoia, «come si cambia per non morire». Il referendum popolare, ultimo cavallo di battaglia della Cgil, nato (apparentemente) per emendare da tutti i mali esistenti nel mondo del lavoro, quando, in realtà, l’occupazione in Italia non è mai andata meglio di così, ha obiettivi diversi che poco hanno a che fare con i diritti e il benessere di milioni di lavoratrici e lavoratori, ancora di meno con l’eliminazione del Jobs Act o con la fine delle morti sul lavoro. Infatti, il quarto quesito del referendum, l’unico che più direttamente si riferisce al Jobs e che intende abolire un decreto già stravolto dalla Corte Costituzionale, qualora passasse, a detta di diversi esperti, rischierebbe addirittura di diminuire l’indennizzo in caso di licenziamento illegittimo, perché riporterebbe in vigore una legge del governo Monti, a suo tempo sostenuta dal Pd a guida Pier Luigi Bersani e osteggiato dalla stessa Cgil.
È così che il leader della Confederazione più di sinistra che abbiamo in Italia ha chiesto e ottenuto dai partiti di opposizione l’appoggio al suo anacronistico referendum e le opposizioni, in primis la segretaria del Pd Elly Schlein, l’ha concesso, pur sapendo – o non sapendo? – che quella famigerata riforma, il Jobs Act, è nel senso letterale del termine una creatura del suo partito.
Quanta smemoratezza. A cosa mirano sia la Cgil sia il Pd?
In estrema sintesi a dimostrare di non aver perso del tutto, rispettivamente, funzione e anima. In realtà, la Cgil mira, in caso di vittoria, a dettare la linea del partito storico di riferimento, cioè il Pd, intestandosene indirettamente la guida – poi chissà, magari in futuro anche direttamente – e il Pd o, meglio, quella parte di esso, che deciderà di sostenere il referendum, di dimostrare di non essersi completamente perso nel riformismo, che fa paurosamente rima con la parola liberismo.
In tutto questo dove sono finiti le lavoratrici e i lavoratori? Sono semplicemente il campo di battaglia o, meglio ancora, il campo di gioco delle illusioni che il centrosinistra da decenni a questa parte continua a fabbricare e a distribuire, con tanto di allarmi sul ritorno al fascismo e su vari ed eventuali pericoli democratici.
Quando si è a corto di idee e di ideali, non si sa più cosa inventare: oggi Elly Schlein ha avvisato il premier Giorgia Meloni, in procinto di partire per Washington per un colloquio con il presidente Usa sulla politica dei dazi, di «non rinunciare all’asse con gli Stati Uniti», dopo aver per giorni accusato la medesima Meloni e il governo di «asservimento» a Trump.
Ecco perché non possiamo altro che augurarci e aspettarci che non si arrivi a raggiungere il quorum, perché quel referendum non ha nulla a che fare con il bene e il futuro del lavoro e dei lavoratori.