L’altro Made in Italy che chiede di essere “liberato”. È il tempo delle scelte, l’Italia può vantare delle eccellenze soprattutto nelle grandi imprese. Ma gli imprenditori per investire hanno bisogno di certezze di lungo periodo. Rearm Eu troppo vago

Tra riarmo e difesa la differenza, per alcuni, è evidente, mentre per altri, sottile. Ma per entrambi servono le armi e quindi un’industria. È inutile girarci intorno l’Italia ha un’occasione e non la può perdere, alla luce della forte sofferenza in cui versa la produzione industriale: in calo a febbraio per il 25° mese consecutivo su base tendenziale (-2,7%), frenata che si allarga anche al confronto mensile (-0,9%).
Come racconta un articolo pubblicato oggi nell’inserto di Repubblica “Affari&Finanza” a firma di Gianluca Di Feo, l’industria italiana si sta preparando, grazie al piano di riarmo Ue (Rearm Eu) e alle richieste degli Usa, ma la produzione stenta a decollare. Per quale motivo? Nonostante la spinta agli ordini alle imprese nell’aeronautica e nella sorveglianza subacquea, i vincoli burocratici frenano nuovi stabilimenti e ampliamenti. In questo campo, ci possono essere soltanto grandi imprese e non Pmi, pur potendo vantare in Italia nicchie di eccellenza. In ogni caso, quelle stesse imprese, anche a fronte di ordini in aumento, hanno bisogno di certezze – e a dirla tutta non basta il Rearm Eu, nemmeno con lo stanziamento di 800 miliardi di euro, per ora molto indefinito in termini di tempi e modalità – di lungo periodo sui fondi e sui programmi per mettere gli imprenditori nelle condizioni di investire. Si guarda, per questo, con grande attenzione al Libro Bianco pubblicato il 19 marzo dalla Commissione Ue nel quale vi è la quota più concreta del piano Ue ovvero 150 miliardi di prestiti, più le necessità da colmare urgentemente nelle forze armate. Al primo posto ci sono le difese aeree, sia velivoli che missili terra-aria. I settori nei quali il Made in Italy è all’avanguardia sono le difese aeree e contraeree, così come i radar e i droni. Meno le start up tecnologiche.
La sfida è, prima di tutto, offrire soluzioni pari o migliori a quelle statunitensi o israeliane. Ma prima ancora un cambio di mentalità, perché l’aumento della spesa in difesa nel Pil non si fermerà al 2% e per fare di più occorre stanziare di più e velocemente, fare debito, prendendo atto del fatto che «oggi la sicurezza è una priorità come la sanità», sostiene Carlo Festucci, segretario generale di Aiad, la federazione delle aziende della difesa, con un passato da sindacalista nella Fiom.