di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale
Il fattore tempo è decisivo perché, se oggi apparentemente possiamo tirare un sospiro di sollievo di fronte al ripensamento del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con la sospensione per 90 giorni degli aumenti tariffari per tutti i Paesi del mondo, ad eccezione della Cina, in realtà le crisi industriali, di fronte al clima di incertezza e di indecisione dovuto non soltanto alle guerre e al costo dell’energia, ma anche, nel nostro caso, al persistere di pacchetti di norme, come il Green Deal, che in un contesto simile mettono le aziende in difficoltà sempre crescenti, sono tutt’altro che lontane dal verificarsi.
È importante, da questo punto di vista, venire a sapere oggi dall’Istat esiste un margine temporale d’intervento qualora il legislatore decidesse, come avvenuto in passato, di sterilizzare il naturale aumento di 3 mesi dei requisiti per la pensione di vecchiaia (67 anni di età) e per la pensione anticipata (42 anni e 10 mesi per gli uomini, 1 anno in meno per le donne) a partire dal 1° gennaio 2027. Naturale a causa di un recupero della speranza di vita, in particolare quella misurata all’età di 65 anni. Ciò significa che senza interventi, dal primo gennaio 2027 gli italiani andrebbero in pensione di vecchiaia a 67 anni e 3 mesi. Ma il sottosegretario Claudio Durigon e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si sono espressi più volte a favore di uno stop ai tre mesi. È importante che l’intervento, cioè lo stop, arrivi al più presto, probabilmente e auspicabilmente in occasione del decreto 1° maggio, così come anticipato dal quotidiano La Repubblica, visto anche che il costo di un simile intervento non sarebbe proibitivo, perché pari all’incirca 200 milioni. Perché il fattore tempo diventa decisivo? Perché, altrimenti, in caso di crisi industriali diventerebbe difficile per sindacati e imprese gestire esuberi ricorrendo, ad esempio, ai prepensionamenti, qualora non vi fosse incertezza sull’eventuale sterilizzazione dei tre mesi.
Nello stesso provvedimento del 1° Maggio dovrebbe essere utilizzato per il varo di misure sui salari, alle quali, secondo quanto annunciato ieri dal sottosegretario Durigon, starebbe lavorando la Lega. È molto importante, anche in questo caso, intervenire e al più presto. Lo dimostra quanto espresso, sempre oggi dall’Inps, istituto secondo il quale l’aumento di redditi e retribuzioni non riesce a compensare la perdita del potere di acquisto scaturita dall’aumento dei prezzi negli ultimi anni. Avendo come riferimento il 2023, il reddito medio annuo da lavoro, pari a circa 25300 euro, ha registrato un incremento del 2,9% rispetto al 2022, ma a fronte di un tasso d’inflazione che è stato pari al 5,7%. Ancora più difficile è e sarà per salari e pensioni reggere l’impatto di un’economia in costante fibrillazione, anche in termini di costo della vita e di prezzi dell’energia.