di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Mentre il mondo politico ed economico italiano, europeo e globale, si trova ad affrontare cambiamenti epocali, prosegue l’iter dei referendum sul lavoro promossi dalla Cgil, previsti fra due mesi, l’8 e il 9 giugno, e, oggi ancora più di prima, è lecito avere fondati dubbi sull’effettiva opportunità di questa iniziativa. Non solo per il merito dei quesiti proposti, piuttosto discutibili, ma adesso anche per il frangente storico in cui arrivano. Se, a suo tempo, anche l’Ugl aveva duramente criticato il Jobs Act del governo Renzi, passati circa dieci anni da quella riforma e con tutto quello che è accaduto nel frattempo, in Italia e nel mondo, i dati parlano chiaro: nel nostro Paese l’occupazione ha subito una positiva inversione di rotta, crescendo a livelli record, in particolare con l’aumento di quella stabile. È quindi legittimo domandarsi se sia davvero questo il momento di spingere su una mobilitazione referendaria, che rischia di essere controproducente in questa fase positiva per l’occupazione, creare confusione tra le aziende e irrigidire sia l’atteggiamento della parte datoriale che il dialogo sociale, proprio quando sarebbe necessario un approccio pragmatico e costruttivo. Il timore è che dietro questa iniziativa non ci sia una reale volontà di migliorare la condizione dei lavoratori, ma, piuttosto, una strategia politica che usa il sindacato come veicolo per battaglie ideologiche. Una scelta discutibile soprattutto ora, mentre il mondo si confronta con una nuova fase di incertezza economica legata all’introduzione dei dazi americani e a un contesto internazionale in continua evoluzione. A preoccupare è la forte politicizzazione che sembra emergere dietro questa consultazione, sostenuta da una visione autoreferenziale, che ignora i cambiamenti economici in atto, sia sul piano interno che internazionale, e che rischia di lasciare indietro proprio quei lavoratori che afferma di voler difendere. È il momento, piuttosto, di fare fronte comune, fra le forze produttive del Paese, per difendere il nostro sistema economico e l’occupazione nazionale, con quel Patto per il Lavoro che molte volte abbiamo sollecitato, sia per affrontare il tema della salute e della sicurezza, che quello della crescita dei salari, del miglioramento della contrattazione, anche di secondo livello, del welfare aziendale, della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, ma che, adesso, nel mutato e mutevole scenario economico internazionale, in questa fase di profonda messa in discussione dei “dogmi” della globalizzazione, è ancora più urgente ed opportuno, senza bandiere ideologiche, ma con azioni e proposte responsabili, al servizio della crescita del Paese, del miglioramento delle condizioni dei lavoratori e della difesa dell’interesse nazionale, comprendendo appieno la portata delle sfide, ma anche delle opportunità che il contesto contemporaneo ci offre.