di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale
Il Misery Index, indicatore del disagio sociale, diffuso oggi da Confcommercio rivela che, quanto sta accadendo sul fronte dei dazi, potrebbe amplificare le incertezze sulle prospettive della nostra economia, con effetti negativi sull’occupazione e sui consumi. Bankitalia “vede”, nel primo trimestre del 2025, le imprese pessimiste in termini di prospettive a causa dell’incertezza economico-politica. Per non parlare degli aumenti salariali che, sempre secondo le impresse, sarebbero nel complesso contenuti. Negativo e pressoché uguale in tutti i settori il saldo tra i giudizi favorevoli e quelli sfavorevoli sulle condizioni per investire. Per non parlare dei dati della Cgia di Mestre, secondo la quale se negli ultimi decenni si è assistito a una progressiva riduzione del potere d’acquisto dei salari, che ha spinto verso l’area di indigenza molti operai e impiegati con bassi livelli di inquadramento contrattuale, ai lavoratori autonomi le cose sono andate molto peggio. Tanto che, tra tutti i nuclei che hanno come capofamiglia un lavoratore autonomo, il rischio di povertà o di esclusione sociale è al 22,7%, mentre per quelle con capofamiglia un lavoratore dipendente il rischio è pari al 14,8%.
Di fronte a tale situazione, c’è ancora chi come il Partito Democratico o alcune sigle sindacali continuano a chiedere l’introduzione del salario minimo. Gli stessi soggetti politici e sindacali che avvertono con fermezza, mista ad arroganza, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a marciare unita con l’Unione europea, invece di prodigarsi ad incontrare il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, poi si incontrano, come ha fatto oggi la segretaria del partito democratico, Elly Schlein, al Nazareno, con la vicepresidente della Commissione Europea, Roxana Minzatu, commissaria per il lavoro e i diritti sociali, per discutere, tra varie cose, delle principali priorità politiche, a partire dall’implementazione delle norme per il salario minimo, dimostrando in questo modo – e ancora peggio fanno altre organizzazioni sindacali – di non tenere in alcuna considerazione l’autonomia negoziale di sindacali e imprese e lo strumento, per eccellenza, utilizzato dalle parti per trovare un punto di equilibrio tra le diverse istanze ovvero la contrattazione collettiva.
Se i salari si sono impoveriti, non è con il salario minimo legale che potranno migliorare. Se volessimo aumentare la retribuzione di chi fa il primo ingresso nel mondo del lavoro, non sarebbe comunque il salario minimo la soluzione del problema o comunque non sarebbe la soluzione sufficiente, soprattutto considerando gli aspetti normativi e di welfare.
Infine, nella difficile quanto imprevedibile congiuntura economica, determinata dalla politica economica trumpiana, imporre alle imprese per legge un salario minimo equivarrebbe, né più né meno, a imporre un altro dazio, stavolta interno.