di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL
Spesso si dice che una crisi può rappresentare anche un’opportunità e forse questo motto si può adattare anche al momento che stiamo vivendo attualmente. Un frangente certamente critico per l’economia mondiale, dopo l’introduzione dei dazi americani, come dimostrano le prestazioni in calo delle Borse, oggi in particolare di quelle asiatiche. Una fase molto delicata, come più volte sottolineato dal nostro sindacato, nel quale mettere in atto risposte ponderate per difendere la nostra produzione e la nostra occupazione. Un momento, però, che potrebbe essere una data spartiacque, non soltanto per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero. Perché, con l’introduzione dei dazi voluti dall’amministrazione Trump, si è sancita la fine simbolica e concreta del modello di globalizzazione ultra-liberista che per decenni ha segnato il primato dell’economia sulla politica e svuotato la sovranità degli Stati, indebolito le economie occidentali con pesanti ripercussioni soprattutto per la classe media. L’obiettivo del presidente americano è quello di sostenere la propria classe media, non a caso quel bacino elettorale che è stato alla base della sua riconferma alla Casa Bianca, e proteggere le proprie imprese ed i propri lavoratori. Così, anche noi, Italiani ed Europei, pur sostenendo, ovviamente, il nostro commercio e le nostre esportazioni, sia verso gli Usa che verso altre economie, dovremmo fare tesoro di questa visione nuova — o meglio, antica — che rimette al centro la politica, la rappresentanza, l’identità e l’equilibrio tra economia e giustizia sociale. L’introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti è un colpo duro, ma ci costringe ad una riflessione profonda: non si può contare esclusivamente sui grandi mercati internazionali. Occorre ricostruire la domanda interna, rafforzare il potere d’acquisto dei cittadini, riportare al centro l’economia reale e il lavoro. Con la vittoria di Trump, si sta tornando dal tempo dei tecnici a quello dei politici, come sottolinea oggi un interessante articolo sul Tempo, ricordando che non è un caso che, anche in Europa, il dibattito si stia spostando dai “tecnici”, ormai un ricordo del passato, ai rappresentanti eletti. Per parlare di grandi temi, di strategia economica, di pace, di sicurezza, non bastano i tecnocrati, gli esperti, i manager: serve una visione. Ed è questa la fase che stiamo vivendo, difficile, certamente, ma se anche l’Europa saprà cogliere questa svolta, potrà trarne beneficio. Serve coraggio, abbandonando quell’approccio tecnocratico che ha fallito e riscoprendo il senso della sovranità democratica, del lavoro ben retribuito, delle filiere produttive nazionali e continentali. Non si tratta di chiudersi, ma di bilanciare quelle scelte troppo estreme prese in passato tornando ad investire sulle proprie imprese, sui propri lavoratori, sul proprio popolo.