di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

Un’analisi del Domani, basata su studi Ocse ed Istat, offre una panoramica dello stato, carente, dell’innovazione tecnologica in Italia e delle conseguenze dirette di questo deficit sulla stagnazione salariale e sulla diffusione della povertà. L’aumento dei salari e la riduzione della povertà non si ottengono, infatti, solo con interventi, pure necessari, sul fronte fiscale e contrattuale per quanto riguarda i primi e con misure assistenziali e di politiche attive per combattere la seconda, ma, per ottenere effetti durevoli, passano necessariamente attraverso una strategia a lungo termine per rafforzare il sistema produttivo, dunque anche favorendo l’innovazione e l’inclusione digitale. È innegabile che, nel mondo contemporaneo, senza un rafforzamento del nostro settore tecnologico, il Paese resterà intrappolato in un circolo vizioso di crescita lenta e opportunità lavorative limitate. La scarsa competitività dell’Italia nell’ambito dell’innovazione e della brevettazione, se dipende certamente da un minor numero di investimenti da parte delle imprese rispetto ad altri competitor, con fra le cause la piccola dimensione di molte delle nostre aziende, e qui torna il fattore fiscale, è, però, anche una conseguenza della carenza strutturale di competenze digitali e tecnologiche da parte della popolazione, ovvero di imprenditori, lavoratori autonomi e dipendenti. Sul Domani si cita l’esempio dei macchinari industriali, per i quali la Germania conta il 60% dei brevetti europei, la Francia il 6,9%, l’Olanda il 5,6% e l’Italia solo il 5,3%. In un mondo in cui il progresso è sempre più legato alla digitalizzazione, all’automazione, all’intelligenza artificiale, l’Italia, così, rischia di rimanere ai margini del mercato globale, tanto che nell’articolo si parla di una «progressiva de-specializzazione produttiva e un livello di conoscenza tecnologica inferiore rispetto alla media dei Paesi europei». Bisogna intervenire attraverso un piano strategico mirato alla crescita delle competenze, per evitare di pagare il prezzo di questa arretratezza in termini di competitività e quindi anche di povertà e bassi salari. Nella prospettiva di cambiare questa situazione, istruzione e formazione continua rappresentano i pilastri su cui costruire il futuro del lavoro in Italia. Solo investendo in conoscenza e competenze potremo garantire ai lavoratori maggiori opportunità e un’economia più competitiva a livello internazionale. E qui il sindacato ha un ruolo cruciale nel delineare una strategia di riqualificazione dei lavoratori, affinché possano affrontare le sfide del mercato del lavoro moderno, con percorsi di aggiornamento professionale in collaborazione con le imprese, le università e i centri di ricerca, per garantire che la forza lavoro italiana sia allineata alle esigenze delle industrie ad alto valore aggiunto.