di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

Di fronte a dati incoraggianti come quelli diffusi oggi dall’Istat sul lavoro nel mese di febbraio, che segna sia una crescita del tasso di occupazione al 63,0% (+0,1) e la discesa del tasso di disoccupazione al 5,9% (-0,3), non si può che essere soddisfatti. Aspetto altrettanto incoraggiante, che certifica la giusta direzione delle politiche del governo Meloni, è che la crescita dell’occupazione, nel confronto trimestrale, si associa all’aumento delle persone in cerca di lavoro (+2,0%) e alla diminuzione degli inattivi (-1,7%), pur sempre troppi.
Una crescita ininterrotta dell’occupazione che avrebbe maggiore volume e impatto se si accompagnasse ad una crescita dei salari e ad una qualificazione professionale più adeguata alle sfide che le transizioni in atto, da quella tecnologica a quella energetica, impongono alle imprese.
È da poco, cioè dall’insediamento del governo Meloni, che l’Italia ha imboccato la strada che, al posto dell’assistenza, predilige quella dell’occupazione e dell’occupabilità, sulle quali, ovviamente, c’è ancora molto da fare insieme alla produttività, non direttamente imputabile alla “qualità” delle lavoratrici e dei lavoratori, ma più alla qualità del management e all’aggiornamento tecnologico degli impianti produttivi.
È una riflessione necessaria, questa, che guarda al futuro e allo stesso tempo a dati assai meno incoraggianti come quelli diffusi ieri, sempre dall’Istat, sulla denatalità che vedono l’Italia perdere, molto pericolosamente, rispetto al 2024 dieci mila neonati e ben 193mila rispetto a vent’anni fa. Numeri da capogiro che condizioneranno il peso specifico e politico della nostra nazione negli scenari internazionali, ai quali occorre aggiungere, per una corretta prospettiva dei problemi e delle soluzioni da percorrere, l’altro dramma: quello della crescente emigrazione degli under 35 continua. Fenomeno diventato con il tempo quasi più preoccupante dell’immigrazione clandestina. Soltanto nel 2024, dato Istat, l’aumento dell’emigrazione all’estero ha portato 191 mila persone, pari al +20,5%, a lasciare l’Italia. Si è sottolineato da più parti come il fenomeno sia strettamente connesso ai bassi salari e alle politiche giovanili non sufficienti – come più volte in passato denunciato anche dall’UGL – e che, associato nonché causa stessa della denatalità, rischia di condannare l’Italia in un futuro non così lontano a non disporre più di “materiale umano” a favore del quale immaginare e costruire un futuro.
È chiaro che oggi il gap da recuperare, per gli enormi errori commessi in passato, è molto ampio, ma è una sfida, che si combatte a suon di salari più alti, sì, ma anche di una più adeguata offerta formativa, e che si deve assolutamente vincere con il contributo di tutti, in primis del sindacato. Un sindacato ovviamente collaborativo e partecipativo.