di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

In un periodo nel quale l’intero sistema del commercio internazionale è in trasformazione, l’Europa sta reagendo ai nuovi dazi americani del 25% su acciaio e alluminio prevedendo dei “contro-dazi” sulle importazioni americane, attualmente su un numero limitato di prodotti, che a breve, però, dovrebbero essere estesi anche a molti altri beni alimentari e non, su tutti l’acciaio. In questo confronto, al centro del quale c’è un settore importante come quello siderurgico, il ruolo della Cina è tutt’altro che secondario. Il gigante asiatico, infatti, considera le politiche commerciali statunitensi da Trump «una violazione delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio», anche e soprattutto nel settore dell’acciaio, per il quale il problema attuale è quello della sovraccapacità, una produzione in eccesso che proviene in gran parte proprio dalla Cina e dal Sud est asiatico. Il rischio è che di fronte al protezionismo Usa, questa sovrapproduzione venga ora dirottata in Europa, mettendo in ulteriore crisi il nostro settore siderurgico e per questo Bruxelles potrebbe introdurre nuove misure per contenere l’invasione di acciaio asiatico verso la Ue. Oggi in un’intervista al Riformista, l’imprenditore Antonio Marcegaglia mette in luce alcune delle criticità che il settore siderurgico europeo sta affrontando, evidenziando la necessità di una maggiore tutela della nostra industria, e quindi anche della tenuta occupazionale, rispetto alla concorrenza internazionale, riferendosi non tanto a quella americana quanto, invece, a quella cinese. Il rischio di compromettere la tenuta del nostro sistema produttivo è reale, considerando che l’Europa è un’economia di trasformazione, priva di materie prime ed energia a basso costo. Sebbene il protezionismo non sia la soluzione ideale ed una guerra commerciale non convenga a nessuno, senza strumenti di tutela le nostre aziende non possono reggere la concorrenza di chi produce a prezzi stracciati sfruttando normative ambientali e del lavoro meno stringenti ed anche utilizzando sussidi governativi, come avviene in Cina. Un problema complesso, come sottolinea Marcegaglia, che per molti versi vede necessità simili, anche se per ragioni diverse, sia da parte delle industrie che del sindacato: da un lato le regole, da noi troppo stringenti, che andrebbero riviste e che il Green Industrial Deal europeo ha cambiato solo in parte, dall’altro la questione energetica, i cui costi penalizzano le imprese (oltre che le famiglie), che andrebbe affrontata in modo non solo deciso, ma anche molto rapido, con soluzioni strutturali e senza dogmatismi ideologici, anche nei confronti del nucleare. E poi, in ultima istanza e quando necessario, anche i dazi. In un contesto così difficile, servono scelte coraggiose, per difendere l’industria europea ed il nostro sistema economico ed anche sociale.