di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale UGL
Di fronte al discorso che la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha pronunciato oggi in Plenaria al Parlamento Europeo sul RearmEu, piano di riarmo con investimenti nel campo della Difesa per i Paesi membri e a livello comunitario, sono almeno tre le evidenze da sottolineare.
La prima è che, almeno in Italia, i più grandi europeisti e sostenitori di von der Leyen, cioè gran parte del centro sinistra, sono diventati i suoi più acerrimi avversari, proprio quelli che avevano criticato la scelta del premier e leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, di votare contro la riconferma di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea. La seconda evidenza è che, appena ritornato in vigore, il famigerato Patto di Stabilità rischia di essere rimesso nel cassetto, a causa dell’attivazione della clausola di salvaguardia, al solo fine di riarmare l’Europa. La terza, che la posizione più equilibrata in questo delicatissimo frangente, in cui Usa e Ue sembrano andare in direzioni opposte, è ancora una volta quella del governo Meloni, cioè dell’Italia.
A partire dal monito della settimana scorsa del presidente del Consiglio italiano che ha chiesto garanzie all’Ue per la difesa e ha ribadito il suo «no» all’invio di truppe europee in Ucraina, bocciando l’uso dei fondi di coesione per finanziare RearmEu, fino ad arrivare ai paletti messi oggi dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, onde scongiurare tagli ai servizi pubblici, se qualche garanzia resta per i cittadini europei, i primi ad essere colpiti dalle transizioni in atto e dal perdurare delle guerre disseminate intorno al Vecchio Continente, lo dobbiamo alle posizioni assunte nelle istituzioni europee e in varie occasioni proprio dalla nostra Nazione. Il ministro Giorgetti oggi ha sollevato la necessità di fare un approfondimento sulla strategia da perseguire, prima ancora di predisporre un piano da centinaia di miliardi di euro per aumentare la difesa sia dell’Unione, che però ancora non ha un esercito, sia di ogni singolo Stato. Diverso sarebbe, come indicato dallo stesso ministro, ragionare sulla possibilità di convertire le industrie esistenti e sviluppare, allo stesso tempo, nuove capacità tecnologiche e solo a quel punto definire chiaramente le esigenze di finanziamento. Processo che andrebbe a vantaggio di milioni di lavoratrici e lavoratori che ad oggi, a causa della crisi dell’Auto, rischiano di perdere il lavoro.
Infine, visto che ci troviamo in una situazione di emergenza continua, è arrivato il momento di buttare nel secchio dell’indifferenziata il Patto di Stabilità che tanti dolorosi tagli ha causato ai servizi pubblici, dalla sanità alla scuola, passando per i trasporti e che tanto fortemente ha contribuito a impoverire in tutti gli Stati Ue quello che una volta orgogliosamente potevamo chiamare “ceto medio”.