di Francesco Paolo Capone, Segretario generale Ugl

Le parole di Mario Draghi all’europarlamento sono un campanello d’allarme che l’Unione europea non può ignorare. L’ex premier ed ex presidente della Bce ha ragione nel sottolineare che l’Europa rischia di rimanere sola se continua a dire “no” a tutto e a bloccarsi dietro i propri veti e rigidità burocratiche, ma se la diagnosi è corretta, la terapia proposta deve essere migliorata: un’Europa più forte non significa solo più debito comune e possibile superamento del principio dell’unanimità, ma anche una strategia concreta per affrontare le sfide globali con più pragmatismo e meno ideologismo. L’Ue si è spesso comportata da “prima della classe” nello scenario globale, imponendosi regole e vincoli più stringenti rispetto ai suoi concorrenti internazionali, senza però dotarsi di strumenti per difendere il proprio sistema economico. Serve un cambio di paradigma. La priorità deve essere la costruzione di un’Europa competitiva e indipendente, capace di tutelare il proprio tessuto produttivo, industria e agricoltura, dai colossi globali che giocano con regole diverse e spesso più permissive. Se necessario, anche attraverso vincoli più stringenti all’importazione di merci che non rispettano i nostri criteri, per tutelare lavoratori, imprese e cittadini europei dalla concorrenza sleale di prodotti provenienti da Paesi con standard ambientali, sanitari e lavorativi inferiori. Ma per farlo, l’Europa deve superare le divisioni interne. Troppo spesso, infatti, gli Stati membri hanno agito da rivali anziché da alleati, bloccando decisioni cruciali per difendere i propri interessi nazionali a breve termine. Al contrario, l’Ue deve finalmente diventare una comunità che collabora, non un’arena di competizione interna. L’indipendenza energetica è un tassello fondamentale di questa trasformazione: se è vero che i consumi triplicheranno entro il 2030, la decarbonizzazione non può essere un dogma e deve basarsi sul principio della neutralità tecnologica. Un altro punto centrale riguarda la difesa: se l’Unione non può più dipendere dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, la frammentazione degli eserciti nazionali è un punto di debolezza che va superato con investimenti concreti e una politica di difesa comune, con un esercito europeo capace di proteggere i confini e di garantire la sicurezza, anche finalmente combattendo congiuntamente l’immigrazione illegale, che sta destrutturando il patto sociale, mentre l’Europa deve proteggere il proprio modello, che rischia di essere eroso dagli sconvolgimenti demografici. Insomma, Draghi ha ragione: non possiamo più permetterci di restare immobili, ma la soluzione non è solo più debito e più integrazione burocratica. Servono meno rigidità, più iniziativa, più protezione degli interessi europei e una vera strategia per il futuro, solo così l’Europa potrà davvero essere protagonista e non spettatrice degli eventi globali.