di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

La recente analisi della Fondazione Nord Est, ripresa da Claudio Tucci su Il Sole 24 Ore, fotografa una realtà preoccupante: nel solo biennio 2022-2023, almeno 100mila giovani italiani hanno lasciato il Paese, quasi tre volte quelli che sono rientrati. Un saldo negativo che si inserisce in una tendenza decennale allarmante: dal 2011 al 2023, il nostro Paese ha perso ben 377mila giovani tra i 18 e i 34 anni. Non possiamo più ignorare questa emorragia di capitale umano che costa all’Italia ben 134 miliardi di euro in termini di investimenti persi. In molti, recentemente anche la premier Meloni, hanno parlato dei rischi economico-sociali connessi al cosiddetto «inverno demografico» riferendosi alla crisi delle nascite. Questo inverno, però, non è causato solo dalla denatalità, ma è ulteriormente aggravato dall’esodo giovanile verso l’estero, che contribuisce a sbilanciare verso le fasce d’età più anziane la composizione della popolazione italiana. Giovani formati nelle nostre scuole e università, con costi ingenti a carico dello Stato e delle famiglie, che scelgono di costruire il proprio futuro altrove, privando il Paese del loro contributo alla costruzione del futuro. La Lombardia, il Veneto e la Sicilia sono tra le regioni più colpite da questo esodo. Non si tratta solo di una fuga per salari più alti. La ricerca riportata dal Sole 24 Ore rivela che se il 28% dei giovani parte per necessità, cercando opportunità di lavoro migliori e una qualità della vita superiore, il 23% si sposta per scelta, spinto da percorsi di studio o specializzazione all’estero. Questo significa che l’Italia non è solo un Paese con stipendi poco competitivi, ma è anche generalmente percepita come poco attrattiva sul piano delle prospettive professionali, della meritocrazia e della qualità della vita. Non solo, oltre a perdere molti giovani preparati e volenterosi, l’Italia non riesce ad attrarre talenti dall’estero perché i ragazzi stranieri più promettenti preferiscono dirigersi altrove. Una dinamica pericolosa per il tessuto produttivo e sociale del nostro Paese che rischia di compromettere definitivamente la crescita futura. Bisogna rendere l’Italia un Paese in cui i giovani possano desiderare di costruire il proprio futuro. Servono interventi strutturali: salari più competitivi, incentivi alle imprese che investono sui giovani, maggiore stabilità contrattuale e, soprattutto, una politica industriale che rilanci i settori strategici e punti su innovazione e ricerca, rendendo il nostro Paese un luogo in cui le attività e i talenti possano prosperare. Solo con una strategia a lungo termine, che metta al centro lo sviluppo, ma anche il benessere dei lavoratori e dei cittadini, si potrà trasformare il Paese in una destinazione ambita per le nuove generazioni, italiane e non. Il futuro dell’Italia dipende dalle scelte che faremo oggi.