di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
L’acuirsi della «guerra dei dazi», con le iniziative del neo-presidente statunitense Trump e le contromisure di Cina, Messico e Canada, segna una fase critica dell’economia mondiale, ma nasce come inevitabile conseguenza delle contraddizioni insite nel processo di globalizzazione, per anni presentato come un fenomeno inarrestabile e benefico per tutti ed invece carico di ripercussioni negative, soprattutto per l’Occidente e per l’Europa. La globalizzazione, così come si è sviluppata, è stata caratterizzata, infatti, da un’assenza di regole condivise, che ha avvantaggiato alcune economie a scapito di altre. I grandi vincitori di questo processo sono stati i Paesi con un basso costo del lavoro e normative sociali, sanitarie e ambientali meno stringenti, come la Cina e altre economie emergenti. Al contrario, l’Europa ha visto una progressiva erosione del proprio tessuto industriale – di oggi la notizia, pubblicata sul Sole 24 Ore, che in Italia negli ultimi 5 anni si sono perse 59mila aziende manifatturiere – a causa della delocalizzazione di interi settori produttivi e della crescente dipendenza dalle importazioni. Uno squilibrio che ha generato un malcontento crescente, portando molte Nazioni a riconsiderare le politiche economiche basate sul libero scambio senza vincoli, con l’affermazione delle forze conservatrici e sovraniste. Non solo negli Usa, ma anche in Europa, dove, anche questa notizia odierna, l’asse del Consiglio europeo si sta spostando a destra, dopo le elezioni in Belgio ed in previsione di quelle tedesche. Forse l’imposizione di dazi si rivelerà un’arma a doppio taglio, per l’America, proteggendo l’industria nazionale, ma rallentando la crescita economica globale, ma ancor di più per l’Europa. Se questa non è la strada giusta, non può continuare ad esserlo, però, neanche la deregolamentazione o, peggio, una regolamentazione – come in molti casi è stata quella Ue – spesso, paradossalmente, svantaggiosa per il tessuto produttivo europeo e vantaggiosa per i suoi competitor. E, in questo senso, i casi sono molti: dal più noto, il settore automobilistico, a quello agroalimentare, con, ad esempio, la scelta Ue di consentire la commercializzazione in Europa della farina di insetti, non solo lontanissima dalle nostre tradizioni enogastronomiche e priva di requisiti su informazione dei consumatori, salute e sicurezza, ma anche, e questo è l’aspetto peggiore, prodotta quasi totalmente in Asia. Se il protezionismo non sarà la risposta al globalismo sfrenato, comunque un cambiamento dovrà esserci, per porre fine a politiche economiche rivelatesi estremamente controproducenti. Con l’auspicio che si arrivi, come suggerisce il professor Tremonti, a nuove regole condivise per un commercio mondiale che tenga conto in modo uniforme di alcuni parametri, relativi alle condizioni di lavoro, alle norme igienico-sanitarie, all’impatto ambientale, per fare in modo di mantenere un mercato interconnesso, ma non fondato, come è stato finora, sul dumping sociale ed ambientale.