Istituzioni e parti sociali sono chiamate a fare delle scelte molto complesse

Soltanto nel nostro Paese, a parità di valore aggiunto, l’Intelligenza artificiale permette di liberare 5,7 miliardi di ore di lavoro annue, concentrate nel commercio e nella manifattura, equivalenti a 3,2 milioni di lavoratori, mentre a parità di ore lavorate, sempre secondo l’elaborazione TEHA Group, la crescita del Pil è pari a 312 miliardi di euro. Partendo da questo assunto, il miglior scenario possibile prevedere di fare di più con le stesso risorse, mentre il peggiore fare lo stesso con meno risorse. Una ipotesi è quella di destinare 140 miliardi dei 312 miliardi all’occupazione e agli stipendi: l’Intelligenza artificiale può creare fino a 4,2 milioni di posti di lavoro o, piuttosto, contribuire ad aumentare gli stipendi di 6.200 euro per lavoratore. Nello scenario peggiore, la quota di produttività non si ridistribuisce, per cui si perdono 3,2 milioni di posti di lavoro, avendo però l’accortezza di ricordare che con il calo della natalità entro il 2040 mancheranno 3,7 milioni di lavoratori. Entrano quindi in gioco i vari attori, dalle istituzioni alle parti sociali. Il gruppo Ambrosetti propone un manifesto in sei punti, che muovo dalla costituzione di un Osservatorio permanente per comprendere il fenomeno, abbia una gestione responsabile dell’Intelligenza artificiale, anche nell’ottica di riqualificare e qualificare il personale, un ruolo attivo del partenariato economico e sociale per ridistribuire le maggiori risorse. Da ultimo, il ruolo delle politiche sociali per tutelare che perde il lavoro.