di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
La nuova «bussola per la competitività» presentata dalla Commissione Europea si pone l’obiettivo di rilanciare l’economia dell’Unione attraverso semplificazioni burocratiche, investimenti strategici e una maggiore autonomia energetica. Eppure, quello delineato da Ursula von der Leyen sembra un percorso ancora in chiaroscuro, tutto da definire, sia in termini di misure concrete per garantire la crescita, sia, soprattutto, dal punto di vista dell’equità sociale. Forse perché frutto di un compromesso fra la «vecchia» Europa – quella del Green Deal a tutti i costi, dell’austerity scaricata sulle fasce sociali medio-basse e sulla dipendenza dall’estero dal punto di vista energetico ed industriale – e la spinta al cambiamento determinata dalle profonde trasformazioni economiche e politiche avvenute negli ultimi tempi, che ancora, però, fa fatica a farsi largo a Bruxelles. Positiva, ma ancora insufficiente, la volontà di ammorbidire il processo di transizione ecologica, ideologico e dogmatico, fatto di regolamentazioni eccessivamente rigide, che ha messo in crisi interi settori produttivi, favorendo indirettamente la concorrenza internazionale, come accaduto, ad esempio, con l’industria automobilistica: si dovrebbe fare di più, ripensando completamente un approccio rivelatosi fallimentare. Condivisibile la scelta di ridurre la dipendenza dell’Europa dalle altre grandi economie mondiali nei settori strategici, dalle nuove tecnologie, come l’IA, all’energia, attraverso l’apertura alla neutralità tecnologica, che l’Ugl sostiene da tempo e che può rappresentare una svolta per il rilancio dell’industria europea, se si eviterà, in modo lungimirante, di puntare su materie prime provenienti dall’estero, preferendo, invece, fonti energetiche producibili autonomamente, riducendo così da un lato la dipendenza da Paesi terzi e dall’altro i costi dell’energia che penalizzano le imprese, al fine di garantire una transizione sostenibile anche dal punto di vista economico e sociale. Resta, poi, fondamentale fare in modo che il prezzo di questa strategia non venga scaricato sulle spalle dei lavoratori. Non si può pensare di rilanciare l’economia riducendo i diritti sociali, precarizzando ulteriormente il lavoro e immaginando una corsa infinita all’allungamento dell’età pensionabile. L’Ue deve garantire che qualsiasi piano di sviluppo tenga conto anche del benessere dei lavoratori, senza favorire solo le grandi imprese e il capitale finanziario. Semplificare non deve significare deregolamentare a discapito della sicurezza, dei diritti e del benessere dei lavoratori, in primo luogo per una questione di giustizia sociale, ma anche, più prosaicamente, per la tenuta del sistema anche dal punto di vista economico. La strada verso un futuro migliore per l’Europa appare, quindi, ancora in salita, in attesa che vengano finalmente recepite tutte le istanze, sia sulla crescita economica, che su quella sociale, richieste a gran voce dai popoli europei.