di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Chi sta mettendo in pericolo la contrattazione? Ieri all’Aran, l’Agenza che rappresenta il governo nella negoziazione con le organizzazioni sindacali dei dipendenti pubblici, è stato firmato il nuovo contratto 2022-2024 dei lavoratori dei ministeri, delle agenzie fiscali e degli enti pubblici economici. Sia alla pre-intesa sia all’intesa finale manca il via libera di Cgil, Uil e Usb perché il nuovo contratto non recupera con gli aumenti stipendiali il potere d’acquisto eroso tra il 2022 e il 2024 dall’andamento dell’inflazione. Ma, per essere interamente recuperata, quell’erosione richiederebbe risorse pari a più di 30 miliardi di euro, cioè ad un’intera manovra finanziaria. Il fatto che si può già avviare la contrattazione per il rinnovo del contratto 2025-2027 per gli stessi lavoratori, poiché le risorse sono state già stanziate in manovra, non smuove di un millimetro dalla loro posizione le sigle del «No». Così come, sempre che a causa dello stallo in cui si è finito due settimane fa il rinnovo del contratto di lavoro dei lavoratori di Enti locali, cioè Comuni, Regioni e Province, circa 400 mila dipendenti non potranno usufruire degli istituti conquistati dai colleghi dei ministeri.
Nella Sanità pubblica, due settimane fa, altra rottura delle trattative per il rinnovo del contratto di lavoro 2022-2024 per infermieri, tecnici e personale amministrativo – circa 580 mila in tutto – per il «no» inedito di Cgil, Uil e Nursing Up. In Rai, il rinnovo per il quadriennio 2023-2026 del contratto di lavoro per quadri, impiegati ed operai delle società del Gruppo, in tutto 9.600, sempre senza la sigla di Slc Cgil. Così anche l’accordo raggiunto in Poste italiane su assunzioni, stabilizzazioni, orari di lavoro politiche attive e indennità. Scelte legittime, chiaro, ma fino a che punto?
Come per il referendum che – ora si nega – mira all’abrogazione o al depotenziamento (ormai inutile) del Jobs Act, come, prima ancora, con la manovra di bilancio e, adesso, con i contratti di lavoro in scadenza nello Stato, alcune sigle sindacali scelgono una via politica, non sindacale, per difendere gli interessi di lavoratrici e lavoratori e fanno opposizione, supplendo probabilmente a quella vera che non graffia, nei confronti della maggioranza in Parlamento e al governo. Strategia che, però, con il sindacato non c’entra nulla e che, anzi, rischia di metterlo in pericolo. Un pericolo di credibilità.
Con la stessa miope pervicacia, le medesime sigle accusano la proposta di legge sulla partecipazione dei lavoratori, promossa dalla Cisl e appoggiata dall’Ugl, che introduce più democrazia e condivisione delle scelte tra lavoratori e imprese, un pericolo per la contrattazione, quando i fatti dimostrano chi è che blocca importanti rinnovi e chi preferisce una legge, dall’alto, per determinare il salario minimo.