Il referendum divide ancora il Pd e il campo largo. Quattro i quesiti, almeno due le posizioni nel partito
Non appena il referendum sull’autonomia è stato giudicato inammissibile dalla Consulta, il Pd si ritrova un’altra patata incandescente tra le mani: il referendum sull’abrogazione del Jobs Act con i suoi quattro quesiti. Un problema sia interno sia inerente al cosiddetto campo largo, da Avs, favorevole al referendum, ad Azione e Italia Viva, contrari. Il Pd si era già spaccato al momento della raccolta delle firme e ora lo è ancora più, senza la benché minima possibilità di dialogo, come ha fatto notare Gianni Cuperlo, che ha invocato un confronto interno. Schlein, dunque, ha sposato la linea Cgil, sconfessando una riforma nata nel Pd e votata dal Pd. Infatti, l’ala cattolica riformista, in primis Graziano Delrio (ex ministro del governo Renzi), non ci sta ed è contro il referendum. C’è anche chi come l’ex ministro del Lavoro, Andrea Orlando, non si schiera né dall’una né dall’altra parte, ma è d’accordo con la richiesta, non solo dell’area cattolica, di aprire una discussione sulla cultura politica del Pd. Quanto al lavoro non è la questione più importante. Sia perché almeno due dei quattro quesiti, come spiegato da alcuni segretari generali, sono superati, mentre uno è passibile di contestazioni in sede giudiziaria, sia perché ciò a cui puntano, in realtà, la Cgil e soprattutto Landini è intestarsi la linea politica del Pd. A meno che il legislatore, per evitare una figuraccia a molti, non decidesse di intervenire sulle materie oggetto dei quesiti, rendendo inutile il referendum. Fatto già accaduto con quello sul lavoro occasionale pagato con i voucher ai tempi del governo Gentiloni. Da qui a questa estate tutto può (ancora) accadere.