Il blocco dei rinnovi rischia di ripercuotersi negativamente anche sui prossimi anni

C’è attesa per la ripresa del confronto per il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro nel settore pubblico, anche se, allo stato dell’arte, sembra prevalere il pessimismo, stante l’atteggiamento di chiusura di Cgil e Uil. Un comportamento, come evidenziato da Cisl, Ugl e altre sigle, che finisce però per penalizzare circa 2,3 milioni di dipendenti pubblici. La questione rimane sempre quella del recupero dell’inflazione, riferita soprattutto al 2022 e al 2023. Le risorse stanziate dal governo coprono soltanto in parte la perdita del potere d’acquisto per le due annualità, ma, in compenso, anticipano le risorse fino al 2030, una novità assoluta, considerando soprattutto quanto accaduto in passato. il primo rinnovo dei contratti collettivi dopo il 2009, come evidenziato da qualche esponente della maggioranza, fu con l’esecutivo Gentiloni nel 2018, alla vigilia delle elezioni politiche, con incrementi assolutamente inferiori rispetto al tasso di inflazione cumulato in oltre dieci anni. Intanto, nella pubblica amministrazione cresce il ricorso allo smart working. Dopo la straordinarietà del periodo Covid, quando si raggiunse il picco di 1,8 milioni di lavoratori pubblici in lavoro agile, il 2024 si è chiuso con poco più di mezzo milione di dipendenti coinvolti. Secondo le previsioni dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, nel 2025 dovrebbero diventare intorno a 605mila.