di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Il caso Inps, ovvero l’errore del software dell’Istituto che ha aumentato in modo non autorizzato di tre mesi l’età per l’uscita dal lavoro a partire dal 2027, poi cancellato, sta generando polemiche politiche e la richiesta di un’audizione parlamentare per avere chiarimenti in merito. Al di là delle responsabilità da accertare, però, questa vicenda genera delle riflessioni su una questione particolarmente spinosa, da chiarire a tutela dei lavoratori prossimi alla pensione. Si tratta di stabilire che la prospettiva, auspicabile, di un ulteriore aumento dell’aspettativa di vita non si traduca in un parallelo innalzamento dei requisiti per accedere alla pensione. Il perché è presto detto: nonostante i progressi nella medicina e nella qualità della vita abbiano migliorato quantitativamente e qualitativamente la condizione della terza età, sta di fatto che oltre una certa soglia anagrafica continuare a lavorare può diventare difficoltoso ed anche pericoloso, per sé e per gli altri. Come dimostrano, del resto, i dati sugli incidenti sul lavoro, che indicano che, fra gli elementi che generano maggiore rischio, uno è proprio l’età delle persone coinvolte. Eppure, c’è anche la necessità di garantire la tenuta economica del sistema previdenziale all’interno di un andamento demografico caratterizzato da un costante crollo della natalità, che determina un combinato disposto fra l’aumento dell’aspettativa di vita degli anziani e la contemporanea mancanza di una coorte di popolazione giovane numericamente equivalente. In sintesi, tanti anziani e pochi giovani, un italiano su quattro è over-65 e si prevede che nel 2030 la soglia salirà ad uno su tre. Ad aggravare la situazione, come evidenziato dai dati Istat su occupazione e disoccupazione, c’è il fatto che i giovani, pochi, sono spesso anche esclusi dal mondo del lavoro o relegati in posizioni scarsamente retribuite ed, all’interno della tendenza generale positiva di aumento dell’occupazione, proprio la componente giovanile è l’unica a soffrire, anche a causa dell’estensione dei termini necessari per andare in pensione e quindi all’occupazione da parte della popolazione “anziana” dei posti di lavoro più stabili e meglio retribuiti, che altrimenti sarebbero stati disponibili per le giovani generazioni. Così venendo meno l’apporto dei giovani in termini di contributi al sistema previdenziale, in un circolo vizioso molto difficile da spezzare. E’ da qui che bisogna necessariamente partire: non si tratta solo di tutelare chi svolge ruoli particolarmente gravosi, o anche le donne, del cui lavoro di cura beneficiano sia i familiari che la comunità, ma di affrontare il problema in modo organico e lungimirante, avviando un confronto strutturato che coniughi lo sviluppo economico ed occupazionale, e quindi il lavoro giovanile, ad una riforma complessiva del sistema pensionistico.