di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

Oggi, nel giorno dei dati, molto attesi dai mercati, sull’inflazione annuale nell’area dell’euro, al 2,4% a dicembre 2024 e in aumento rispetto al 2,2% di novembre, è legittimo chiedersi cosa farà la Bce sia alla luce del dato sia delle critiche provenienti dal Financial Times. Quest’ultimo ha pubblicato un sondaggio, nel quale ha coinvolto oltre 70 economisti e dal quale è emerso che, per il 46% degli stessi, la Bce è «rimasta indietro» e fuori sincrono con i fondamentali economici in materia di taglio dei tassi di interesse e quindi di costo del denaro.
Una situazione – è il nostro timore – che rischia di restare invariata almeno per un po’. Francoforte ha scelto una politica restrittiva, voluta dai cosiddetti “falchi” presenti nel board della Banca, per centrare l’obiettivo di un ritorno dell’inflazione al 2% sul medio termine, mettendosi, con un occhio, sulla scia delle decisioni della Banca Centrale americana, la Fed, e guardando, con l’altro, ai dati macroeconomici che a mano a mano, in poco più di un anno, sono venuti alla luce. Non c’è da meravigliarsi, forse soltanto da rammaricarsi, visto che Christine Lagarde, presidente della Bce, ha già previsto per il 2025 «rischi di peggioramento dell’economia a causa delle guerre» e una risalita dell’inflazione, se il processo decisionale sui tagli dei tassi alla Bce è risultato, sempre per il Ft, più lento della Fed o della Banca Nazionale svizzera. Le critiche rivolte a Lagarde riguardano anche l’aver cercato il più ampio consenso nel direttorio. Secondo gli esperti – e anche secondo noi dell’UGL – la Bce avrebbe dovuto tagliare i tassi in maniera più rapida e non, come ha scelto di fare, con passi graduali. Circostanza che lascia comunque restrittiva, nonostante gli allentamenti, la linea monetaria della Bce.
Nonostante il rapporto Draghi, l’Europa ad oggi continua a perdere terreno nella competizione globale, come dimostrato anche dall’ultimo report Oecd sul quadro macroeconomico Ue. In termini di sviluppo produttivo, economico e sociale, rispetto a Stati Uniti e Cina, lo scenario europeo per il report appare desolante. Una parte di responsabilità, in tutto questo, dovrà pur assumersela la Bce, ma, per onestà, si avverte il peso di scelte altrettanto fuori sincrono con i fondamentali economici da parte di Bruxelles e sempre più la mancanza di coraggio, ad esempio su automotive, acciaio e in generale sulla neutralità tecnologica, come richiesto da Paesi impegnati a cambiare le politiche europee, dei quali capofila è l’Italia.
Il nostro Paese ha tutto l’interesse a mantenere inalterati risultati record in materia di occupazione e disoccupazione e adesso, scopriamo ancora dal Financial Times, anche di stabilità, visto che per la maggioranza degli stessi economisti coinvolti nel sondaggio, il 58% ritiene che le maggiori preoccupazioni tra i Paesi dell’area euro riguardino la Francia, solo per un 7% l’Italia.