di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

Un articolo pubblicato sul Riformista analizza il fenomeno dei Neet, dei ragazzi che non sono impegnati in nessuna attività educativa, lavorativa o formativa, che nel 2023 in Italia erano circa 1,4 milioni. La disoccupazione giovanile, invece, nel nostro Paese si attesta al 15,4%, una percentuale superiore alla media europea del 14,1%. Nel complesso abbiamo un corposo segmento estremamente fragile della nuova generazione di italiani, che rimane isolato e privo di opportunità, a danno di se stesso e dell’intera comunità nazionale, se si considera, ad esempio, che la mancata integrazione di una parte così consistente della popolazione giovanile determina per il Paese un costo stimato in 15,7 miliardi di euro. Un problema economico, quindi, ma anche sociale, per questi ragazzi che sono alla ricerca di un ruolo nella società e che, invece, non riescono ad inserirsi. Giovani spesso sotto-qualificati o con qualifiche non adeguate alle richieste delle imprese. L’altra faccia di questa medaglia sono, poi, i cosiddetti «cervelli in fuga», i ragazzi che, invece, hanno alte competenze, molti laureati Stem, e che, a fronte di una situazione italiana nella quale è ancora significativamente presente il fenomeno del «brain waste», ovvero trovare occupazioni inadeguate, preferiscono dirigersi all’estero per avere maggiori opportunità di realizzazione, anche in questo caso generando un problema non solo individuale, ma collettivo, privando il Paese, che pure li ha formati, delle loro capacità e professionalità. Per superare questa situazione, occorre agire su molti fronti. Bisogna promuovere la crescita delle imprese, creando un ecosistema fertile per investimenti e sviluppo e quindi capace di generare occupazione di qualità. È, poi, necessario valorizzare il lavoro con politiche meritocratiche e salari adeguati, affinché i giovani trovino motivazioni per restare in Italia. Un ulteriore punto cruciale è la formazione: è indispensabile che le competenze possedute dai giovani siano allineate alle richieste del mercato del lavoro. Servono più istituti tecnici superiori e percorsi formativi in grado di preparare i giovani per i lavori del futuro. Infine la riforma delle politiche attive e dei centri per l’impiego, da modernizzare e potenziare ulteriormente, continuando sulla strada di una maggiore sinergia tra pubblico e privato. Ci troviamo, nel complesso, di fronte ad una duplice sfida: da un lato formare meglio i tanti giovani inoccupati o disoccupati e, dall’altro, valorizzare il potenziale di quelli con buone competenze, ma «in fuga». Se vogliamo costruire una società proiettata verso il futuro – anche demograficamente – la piena inclusione lavorativa e sociale delle giovani generazioni resta un passaggio impossibile da eludere, ma, al contrario, da affrontare urgentemente e con lungimiranza.