Le cause dell’incidente sono ancora da accertare, si parla di vapori infiammati
Il 9 dicembre 2024, il deposito Eni di Calenzano (Firenze) è stato teatro di una violenta esplosione che ha provocato la morte di cinque lavoratori ed il ferimento di altri ventisei. L’incidente, che ha suscitato grande preoccupazione a livello locale e nazionale con ripercussioni nei media internazionali, sembra essere stato causato dall’infiammarsi di vapori di idrocarburi in una delle pensiline di carico delle autobotti. Sebbene l’incendio sia stato rapidamente domato, l’incidente ha sollevato numerosi interrogativi sulle cause generative in una realtà lavorativa così particolarmente attenzionata, come anche sugli effetti ambientali derivanti. L’impianto industriale è di rilevante importanza; esso è esteso su una superficie di circa 170.300 metri quadrati ed è in funzione dal 1956. Dal 1971, il sito è collegato tramite un oleodotto alla raffineria di Livorno. Il deposito contiene circa 152.000 tonnellate di oli minerali, tra cui gasolio, che occupano la gran parte del volume stoccato (circa 132.000 tonnellate). L’impianto è suddiviso in due aree principali: una, con 24 serbatoi, de stinata allo stoccaggio del materiale, e un’altra, composta da 10 pensiline, che servono al rifornimento delle autobotti. In caso di coinvolgimento dei serbatoi di stoccaggio, la tragedia sarebbe stata ancora di maggiore impatto, vista la vicinanza del deposito alla ferrovia, all’autostrada oltre ad insediamenti di civile abitazioni e servizi pubblici. Nell’area vasta insistono, ad esempio, 29 attività industriali e produttive e 15 tra scuole ed asili.