di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

Le parole di Mario Draghi al simposio annuale del Centre for Economic Policy Research offrono un’importante spunto di riflessione sulle politiche economiche europee e sul loro impatto sulle condizioni dei lavoratori, una riflessione che si attendeva da tempo. L’ex presidente della Bce ed ex premier italiano, infatti, ha messo in luce le criticità del modello basato principalmente sulle esportazioni e su una crescita salariale limitata, definendolo come «non più sostenibile». Draghi ha sottolineato come le politiche europee abbiano privilegiato la competitività esterna, adottando misure che hanno finito per aggravare il già fragile ciclo reddito-consumo. Invece di stimolare la domanda interna attraverso politiche espansive, per molti anni si è scelto di comprimere i salari e di puntare su quella esterna, una strategia che ha lasciato molti lavoratori e famiglie europee in una situazione di stagnazione economica. Un’analisi condivisibile, ma le criticità evidenziate oggi da Draghi erano già da tempo sotto gli occhi di tutti, come l’Ugl aveva già tante volte sottolineato. Una strategia fallimentare che ha penalizzato l’Italia in modo particolare, con una globalizzazione avvenuta a scapito dei lavoratori, contribuendo da un lato all’erosione del potere d’acquisto e alla precarizzazione del lavoro, ma dall’altro senza impedire delocalizzazioni e desertificazione industriale. A causa del fatto che, mentre si procedeva a comprimere il costo del lavoro, non si attuavano – anche per responsabilità degli Esecutivi italiani di allora – delle parallele politiche industriali, infrastrutturali, energetiche, amministrative e fiscali capaci di rendere appetibili gli investimenti, e neanche, come ricordato da Draghi stesso, politiche sociali in grado di contrastare la bassa crescita salariale incentivando la domanda interna «nonostante gli Stati avessero margini fiscali per farlo, almeno fino alla pandemia». Una visione politica, economica e sociale, quella degli anni dell’austerity, che ora sembra stia per volgere al termine di fronte alla prova dei fatti di un’Europa in crisi, suffragata anche da una insoddisfazione popolare che si è tradotta in una sfiducia crescente nei confronti della classe dirigente politica responsabile di questa situazione. Insomma, l’Europa si trova ad una resa dei conti e l’impressione è che le parole di una personalità rispettata ed importante come quella di Draghi rappresentino il chiaro segnale di un cambiamento di prospettiva, giunto finalmente anche ai vertici di Bruxelles. Un cambio di paradigma economico, sociale – e politico – è ormai inevitabile e le istituzioni europee devono assumersi la responsabilità di promuovere misure che favoriscano la ripresa della produzione e della buona occupazione. Solo così si potrà costruire un’Europa non solo più equa, ma anche finalmente competitiva.