Dazi, il consiglio (sconcertante) di Christine Lagarde: «Buy American», Pur di evitare lo scontro a colpi di dazi con Trump
Se ne discute molto in questi giorni. Donald Trump ha annunciato le misure protezionistiche, “America First 2.0”, che intende realizzare: dazi tra il 10% e il 20% per tutte le merci importate, un incremento del 25% per quelle provenienti dal Messico, oggi primo partner commerciale degli USA, e tariffe tra il 60% e il 100% per i prodotti cinesi, che raddoppierebbero così i loro prezzi. Per il Messico, Trump ha dichiarato che potrebbe arrivare a imporre dazi del 100%, 200% o addirittura 2000% sulle auto, anche al fine di gestire l’immigrazione e finanziare il muro al confine. L’Europa – già in allarme per le scelte future delle Banche Centrali, Usa e Ue, in materia di tassi di interesse – trema. L’idea più comune, la stessa espressa dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, è instaurare un dialogo in merito con il prossimo inquilino della Casa Bianca; anche perché nuovi dazi sull’Europa (e in particolare sull’Italia) potrebbero avvantaggiare la Cina. Ma c’è un’idea più “spericolata”, quella espressa ieri da Christine Lagarde, la presidente della Bce ed ex presidente del Fmi, la stessa persona che a breve dovrà decidere sui tassi di interesse, cioè sul costo del denaro che nell’ultimo anno ha spezzato il fiato agli investimenti privati. Secondo Lagarde, poiché una guerra dei dazi a tutto campo con gli Usa «non sarebbe nell’interesse di nessuno», neanche degli Usa, l’Europa – sostiene Lagarde – dovrebbe calarsi nella mentalità di Donald Trump. Come? «Offrendo di comprare alcuni beni dagli Usa», come gas naturale liquefatto (Gnl) o equipaggiamenti per la difesa. Detto in parole povere, la presidente della Banca Centrale Europea consiglia il «buy american» anziché il muro contro muro sui dazi. Tra Trump e soprattutto Lagarde, cioè tra dazi e tassi di interesse, nonché consigli spericolati, l’Europa ha qualcosa da temere. A cominciare dalla Germania, non a caso contraria ai dazi sulla Cina e a un passo dalla recessione, con cui gli Usa scontano un deficit commerciale pari a 80 miliardi di euro, passando per l’Italia che rischia, secondo lo studio diffuso oggi da Nomisma-Cia, due volte: con possibili dazi aggiuntivi sui prodotti agroalimentari (come accadde nel 2020) e per gli effetti “indiretti” derivanti dai dazi applicati dagli Usa a Paesi che ricoprono un ruolo importante come mercato di sbocco. Come, appunto, nel caso della Germania, «primo mercato di export per i prodotti agroalimentari italiani (10 miliardi euro esportati nel 2023)». O c’è da temere più da Lagarde?