di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

Partiamo dai dati Istat del 2021. In quell’anno, la media della retribuzione oraria (per ora retribuita) nel Mezzogiorno è stata inferiore di 1,29 euro/ora a quella del Centro-Nord. Per quanto nel corso degli anni la differenza sia diminuita, in media la retribuzione nel Mezzogiorno è solo l’89,3% di quella del Centro-Nord. Un gap, territoriale, che aumenta in considerazione del fatto che la retribuzione dipende anche dall’input di lavoro ovvero dalle posizioni lavorative, dalle ore lavorate e dalle unità di lavoro. In media, le posizioni occupate nel Mezzogiorno nel corso di un anno mostrano una retribuzione inferiore ai 9 mila euro (unica eccezione nel 2016), mentre nel Centro-Nord non scendono mai sotto i 13 mila euro. Il valore mediano della retribuzione annuale nel Mezzogiorno è, quindi, poco più della metà di quello del Centro-Nord. Come ho già avuto modo di dire in merito alla “Indagine sulla qualità della vita 2024 di Italia Oggi – Ital Communications”, le retribuzioni sono un’altra importante “spia” che contribuisce a delineare il quadro della forbice esistente tra Nord e Sud, ancora lontana dall’assottigliarsi. Stando così le cose, un’organizzazione sindacale deve chiedersi come rendere più efficace la propria azione, soprattutto in sede di contrattazione, cioè di rinnovo dei contratti di lavoro e di trattativa con imprese e Governo. Sappiamo che in materia di stipendi gran parte del nostro, spesso notevole, impegno negoziale, viene ridimensionato da un’eccessiva, sproporzionata, tassazione a carico del lavoro e dei lavoratori. A ciò si aggiungono, oltre al ritardo, anch’esso certificato, del rinnovo di alcuni contratti causato dalle imprese, le difficoltà lamentate da queste ultime che, soprattutto dalla pandemia in poi, riguardano il costo e la difficoltà di reperimento delle materie prime, il prezzo esorbitante dell’energia. Se già da prima del 2019 gli stipendi italiani si trovavano al di sotto della media Ue, con la pandemia la situazione non sarebbe potuta migliorare. Se non in un modo. Con l’avvento del governo Meloni, nell’ottobre del 2022, quel modo è stato individuato, anche grazie a ciò che ha chiesto il sindacato: il taglio del cuneo fiscale, cioè la riduzione del 7% dei contributi previdenziali per i redditi fino a 25 mila euro e del 6% per i redditi fino a 35 mila euro, è una risposta concreta, sicuramente migliorabile, alla debolezza degli stipendi italiani, che, in questo modo, hanno ritrovato spessore. Una misura che è venuta incontro alle richieste dell’UGL e che, tornando a parlare di Mezzogiorno, insieme al rifinanziamento del credito d’imposta sugli investimenti della Zes unica per il 2025, previsto come il taglio, ormai strutturale, del cuneo fiscale nella Legge di Bilancio 2025, vanno nella giusta direzione. È a questo che servono il dialogo e la trattativa ed è anche a questo che servono i sindacati.