di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

Il Rendiconto sociale dell’Inps ha evidenziato la presenza ancora considerevole di disparità salariali tra uomini e donne in Italia. Nel 2023, gli uomini hanno guadagnato in media il 28,34% in più rispetto alle donne, con retribuzioni settimanali medie di 643 euro per gli uomini contro 501 euro per le donne. Una situazione che si riscontra anche tra i lavoratori stranieri, che costituiscono il 10,7% degli occupati: anche in questo caso le donne straniere guadagnano mediamente solo 309 euro a settimana, rispetto ai 432 euro degli uomini. Nonostante i passi avanti fatti nel tempo, il problema del gender pay gap resta importante e va affrontato, dato che un divario retributivo così consistente conferma la presenza di una «discriminazione di genere ancora rilevante», come si afferma nel rapporto Inps, alla luce di «tutti i dati relativi ai livelli occupazionali, alle condizioni contrattuali, ai livelli retributivi e pensionistici». Parallelamente, resta basso il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro: solo il 49,3% delle donne tra i 15 e i 74 anni, mentre la media Ue è del 61,8%, con uno scarto di oltre 12 punti percentuali. Le cause di questa situazione sono note e vanno affrontate. Si parte da lontano, dalla scuola e dal percorso di studi, con le studentesse che ancora troppo spesso scelgono indirizzi meno apprezzati sul mercato del lavoro, mentre andrebbero incentivate a dedicarsi alle materie Stem. Un tema, quindi, di tipo culturale. E poi l’altro vulnus che confina le donne in professioni meno stabili e remunerative: la difficile conciliazione tra impegni professionali e compiti di cura, relativi alla maternità e non solo, che ricadono in buona parte sulle donne, ostacolandone la crescita professionale, con conseguenze economiche durante l’età lavorativa e poi anche al momento della pensione. Queste sono le due principali criticità da affrontare, attraverso un’adeguata promozione dell’uguaglianza di genere, partendo quindi dal mondo della scuola, con una battaglia di tipo culturale, per arrivare a quello del lavoro, attraverso le necessarie misure volte a migliorare la conciliazione tra vita lavorativa e familiare, con la diffusione modalità lavorative “family friendly” e con migliori servizi di assistenza. Una strada obbligata da percorrere al più presto, non solo perché la realizzazione di effettive pari opportunità è un tema di giustizia sociale, ma anche perché privare il Paese del pieno coinvolgimento delle donne nella vita attiva comporta ricadute negative per tutti, dal punto di vista economico, in termini di contributi al sistema pensionistico ed ai consumi, in termini di crescita, privando il nostro sistema dell’apporto femminile, dal punto di vista sociale ed infine anche da quello demografico, dato che l’incertezza economica si traduce in un tasso di natalità in calo costante.