Il caso del cittadino tedesco-iraniano Jamshid Sharmahd

La vicenda del dissidente tedesco-iraniano, Jamshid Sharmahd, giustiziato ieri dopo la condanna a morte ai suoi danni stabilita nel 2023, si è trasformata in un caso diplomatico tra Berlino e Teheran. «Dopo l’assassinio di Jamshid Sharmahd da parte del regime iraniano, l’incaricato d’affari iraniano è stato immediatamente convocato oggi al ministero degli Esteri. Abbiamo espresso la nostra forte protesta contro le azioni del regime iraniano e ci riserviamo il diritto di intraprendere ulteriori azioni», ha comunicato il ministero degli Esteri tedesco dopo l’esecuzione. Che poi ha aggiunto: «La ministra degli Esteri, Annalena Baerbock, ha poi richiamato a Berlino l’ambasciatore tedesco per consultazioni». Sulla situazione si era espresso anche il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, il quale su X ha definito l’esecuzione di Sharmahd «uno scandalo che condanno nella massima fermezza». Sharmahd, 69 anni, era stato ritenuto coinvolto in un attentato contro una moschea a Shiraz nel 2008, in cui morirono quattordici persone. Di qui la condanna a morte, a seguito dell’arresto nel 2020 dell’uomo. Accuse a Teheran sono arrivate anche dall’Unione europea, mentre a Berlino ha risposto il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, in un post su X: «In Iran nessun terrorista gode dell’impunità. Neanche se è sostenuto dalla Germania». «Un passaporto tedesco – ha poi aggiunto – non garantisce l’impunità a nessuno, tantomeno a un criminale terrorista». «Smettete di sostenere gli assassini di bambini e i terroristi e non nascondetevi dietro ipocriti slogan sui diritti umani. Il vostro governo è complice del genocidio israeliano in corso. La Germania è il secondo fornitore di armi letali a Israele per la sua campagna genocida a Gaza e la carneficina in Libano».