di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Lascia piuttosto perplessi il clima d’attesa creatosi attorno alla trasmissione Report, andata in onda ieri sera, che prometteva eclatanti rivelazioni su fatti e misfatti relativi al ministero della Cultura, e invece si è rivelata un mezzo flop, senza portare notizie di peso o di particolare interesse. La militanza giovanile del neo-ministro, che viene da una famiglia di destra, la collaborazione di Giuli con un partito del governo di cui fa parte, le scelte fatte nell’organizzazione di alcune mostre. Alla fine, tanto rumore per nulla. Persino a detta di molti esponenti di sinistra. Resta, però, agli atti, una trasmissione dal taglio evidentemente accusatorio nei confronti non solo dell’ex ministro Sangiuliano, dimessosi dopo il caso Boccia, e di quello attuale, Giuli, alla ricerca di scandali e potenziali conflitti di interesse, ma anche verso l’attuale maggioranza. Una puntata andata in onda, tra l’altro, in concomitanza con le votazioni per il rinnovo della giunta regionale ligure, con un tempismo, se non sospetto, quanto meno inopportuno. Intendiamoci bene. Uomini politici e personaggi pubblici devono rispondere del proprio comportamento, rispettare le leggi ed avere una vita specchiata, in modo particolare se ricoprono ruoli istituzionali e specie se ci sono in ballo fondi pubblici. È necessario difendere il giornalismo d’inchiesta come «cane da guardia della democrazia». È anche sensato che chi detiene il potere politico riceva più attenzioni rispetto a chi, al momento, si trova all’opposizione. Tutto sacrosanto. Tuttavia, non è questa l’impressione che salta fuori da questo come da altri casi analoghi, che negli ultimi tempi stanno riguardando molti media ed in particolare il servizio pubblico Rai. Al contrario, questa «caccia all’uomo» mono-direzionale sembra avere il solo scopo di screditare il governo, attraverso l’ossessiva ricerca di défaillance personali dei singoli esponenti, di ministri, collaboratori e persino amici o parenti degli stessi, mediante un costante monitoraggio della loro vita pubblica e privata, alla ricerca di un punto debole da trasformare in bagarre mediatica e quindi politica. Più che una «Tele Meloni», la Rai come una «Tele anti-Meloni». Ora, addirittura, un’indiscrezione di stampa, smentita dal Governo, parla di una richiesta di Palazzo Chigi di visionare il programma prima che andasse in onda, quando la realtà dei fatti sembra piuttosto semplice: la puntata c’è stata, la censura no. Se si riscontrano problematiche o mancanza di trasparenza nella gestione del bene comune, che se ne parli, questo è un vero e proprio dovere, specie in caso di questioni particolarmente impattanti sulla vita della collettività. Ma in modo circostanziato, dati alla mano, senza aspettare momenti propizi, senza dedicare troppa attenzione verso qualcuno e troppo poca verso altri. Questo ci si aspetterebbe dal servizio pubblico Rai.