di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Dalla trattativa in corso tra governo, nello specifico Aran, e sindacati sul contratto del pubblico impiego, relativo ai lavoratori dei ministeri, delle Agenzie Fiscali, dell’Inps, dell’Inail, ritornano temi molto attuali e si evidenzia la necessità, ancora oggi molto forte, di mettere al riparo lo Stato da scelte compiute in passato e scaricate interamente sulla reputazione dei lavoratori, sui loro stipendi e sull’organico delle cosiddette delle Funzioni centrali.
Per riuscire a chiudere il contratto entro la fine del mese, occorre non solo mettere qualcosa di più nelle buste paga, ma anche rafforzare lo smart working, eliminando il vincolo della prevalenza della permanenza in ufficio, misure che vanno incontro ai dipendenti prossimi alla pensione e il part time. Il dato certo è che, in qualsiasi ambito del lavoro, pubblico o privato, ciò che le persone cercano, insieme ad uno stipendio adeguato a fare fronte al costo della vita e a tutti quegli impegni gravosi che comporta un bilancio familiare, è la possibilità reale di conciliare i ritmi del lavoro con i tempi di vita familiare e/o della vita privata. Nel caso specifico, vi è la necessità di porre un freno alla fuga di dipendenti dallo Stato, fenomeno che si allinea a ciò che avviene, con motivazioni anche più gravi, in altri ambiti della dimensione pubblica, come, ad esempio, nella Sanità.
Secondo quanto riportato oggi dal quotidiano Il Messaggero, l’Aran, per rimpolpare la busta paga, sarebbe disposta a utilizzare quasi tutti i fondi a disposizione della trattativa, compresi quelli previsti per il salario variabile, per premi e altre indennità, mentre, nella contrattazione integrativa, si inseriranno gli strumenti mirati a favorire l’inserimento del personale neoassunto. Strumenti di politiche di welfare e di accesso al lavoro a distanza, appunto il lavoro agile o smart working, che servono ad arginare i diversi casi di giovani residenti nel Mezzogiorno vincitori di concorsi pubblici al Nord, i quali, in seguito, rinunciano all’assunzione per i costi del trasferimento – e, aggiungerei, della vita al Nord – o perché non vogliono separarsi – anche qui, aggiungo io, troppo a lungo – dal territorio di origine. Tutto ciò che l’Aran è disposto a dare, serve anche a convincere i sindacati, soprattutto quelli più riottosi, a firmare il contratto al fine di ri-innescare un circolo virtuoso, quello cioè del rinnovo effettuato alla scadenza naturale del contratto, quindi senza più annosi ritardi.
D’altronde, a forza di bloccare-congelare assunzioni e rinnovi contrattuali, i contratti di lavoro del pubblico impiego si sono disallineati rispetto alla realtà e oggi è necessario, sottolineo finalmente, recuperare quel gap scavato da politiche insensate, a danno della Pubblica Amministrazione, dei lavoratori, dei cittadini e delle imprese.