di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Le politiche per la transizione forzata dell’industria automobilistica europea verso l’elettrico e, più in generale, il cosiddetto ideologismo green stanno scricchiolando di fronte alla realtà, implacabile, dei fatti. A causa del fatto che non hanno tenuto conto della realtà tecnologica e della disponibilità di determinate materie prime, ponendo il continente in stato di sudditanza rispetto alla concorrenza straniera, e non hanno considerato le esigenze del settore automobilistico, come confermano i dati relativi al crollo delle nuove immatricolazioni di autovetture, ad agosto con una media Ue pari al -18,3%, l’impatto sull’occupazione, le conseguenze sui consumatori appartenenti alle fasce sociali medio-basse, per i quali la conversione all’elettrico è un lusso inavvicinabile. Da tempo l’Ugl aveva espresso le proprie preoccupazioni sulla transizione green imposta dall’Unione Europea, data l’adozione di normative sempre più stringenti, capaci di provocare effetti devastanti sul sistema produttivo, sul mondo del lavoro e sulla società europea, generando deindustrializzazione e desertificazione di interi distretti produttivi. Non perché si debba negare l’attenzione all’ambiente, la necessità di contrastare il cambiamento climatico o l’importanza di una transizione energetica sostenibile. Ma perché la strada scelta è apparsa sin da subito controproducente, mentre sarebbe stato fondamentale innanzitutto un approccio più graduale ed in secondo luogo sarebbe servita una strategia capace di coniugare il cambiamento con un nuovo impulso a produzione e occupazione. Ora queste considerazioni si stanno facendo largo e finalmente il “dogma verde” viene messo in discussione da un numero sempre maggiore di attori politico-sociali. Lo confermano, ad esempio, le recenti dichiarazioni dell’Ad di Eni, Claudio Descalzi, che, alla Giornata dell’Economia, ha usato termini forti per definire il problema, parlando di quelle europee sull’automotive come di «scelte insulse e ridicole», dettate da «una minoranza» ideologizzata, che stanno portando l’industria europea «a morire lentamente». Parole tutto sommato inaspettate data la prudenza che solitamente caratterizza i manager di così alto livello, certamente comprensibili da parte del rappresentante di un’azienda che si occupa di fonti fossili, ma che hanno avuto il merito di chiarire la portata drammatica del problema e che riassumono un sentire sempre più diffuso, non solo tra imprenditori e dirigenti d’azienda, ma anche fra operai e cittadini. Non possiamo permettere il declino industriale, occupazionale, economico e sociale dell’Europa, in nome di una visione estremista, che fra l’altro non produce risultati concreti sull’ambiente, dato che questa strada verso la decarbonizzazione non viene intrapresa anche dalle altre economie mondiali, americana e cinese in primis. Dobbiamo difendere il nostro sistema economico sociale, puntando su una maggiore indipendenza, energetica ed industriale, e su una tutela dell’ambiente socialmente sostenibile.