di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Gli allarmi, non da oggi, si succedono l’uno all’altro sullo stato di salute dell’industria in Europa, partendo da un settore, l’automotive, che maggiormente si trova nell’occhio del ciclone, rappresentato dallo stop nel 2035 alla produzione di veicoli con motori endotermici in favore delle auto elettriche. Stop che – portando con sé una serie di stravolgimenti anche in campo energetico – sta mettendo in seria difficoltà altri settori oltre all’industria automobilista italiana, che corrisponde per intero al nome del Gruppo Stellantis. Ma anche quella europea non ride, se è vero, come è vero, che, a detta dell’amministratore delegato del secondo produttore mondiale di auto dopo Toyota ovvero Volkswagen, la situazione del mercato è talmente preoccupante da immaginare che serviranno almeno uno o due anni per tornare in carreggiata. Il calo delle vendite, l’elettrico in crisi, hanno prodotto un taglio di 500.000 unità di auto all’anno, circostanza che costringe l’azienda tedesca a tenere sotto controllo i costi; il che può significare chiudere degli stabilimenti e licenziare del personale. E come sindacalisti non si può non andare in allarme.
Va apprezzata, quindi, l’iniziativa annunciata dal ministro italiano dell’Industria e del Made in Italy, Adolfo Urso, che si concretizzerà il 25 settembre in occasione del vertice sul settore promosso dall’Ungheria e del Consiglio Ue sulla competitività: Urso ha intenzione di proporre un anticipo al 2025 della revisione dello stop alla produzione di veicoli endotermici, revisione prevista nel Green Deal nel 2026. Iniziativa che va appoggiata e che deve, tuttavia, rientrare in un quadro di più ampio respiro sia in termini industriali sia economici in chiave europea.
L’UGL guarda, infatti, con favore all’ambizioso piano di investimenti pari a 800 miliardi di euro proposto oggi da Mario Draghi nel Rapporto sul futuro della competitività europea presentato a Bruxelles. Appare, in tal senso, condivisibile l’appello rivolto ad un cambiamento radicale perché l’Ue continui ad esistere. È fondamentale impiegare risorse senza precedenti, in tal caso oltre il doppio rispetto al noto piano Marshall, pari al 5% del Pil Ue, per rilanciare l’innovazione, la difesa, le infrastrutture e l’istruzione al fine di colmare il divario con le principali economie globali.
Il calo della produzione industriale in Germania e lo spettro della recessione dimostrano che l’ideologia fallimentare dell’austerity risulta ormai insostenibile e mette in pericolo la sopravvivenza stessa del mercato unico. È tempo di fermare la pericolosa deriva verso cui si sta spingendo il continente europeo caratterizzata da massicce delocalizzazioni, perdita di know-how e competitività a fronte di una progressiva finanziarizzazione dell’economia.